Fuga dalla decrescita infelice. SosteniAmo il bene comune

“Ciò che non giova all’alveare non giova neanche all’ape” Marco Aurelio

Capitalismi

Che cosa avrà causato il declino dell’economia del bene comune di Antonio Genovesi e il susseguente trionfo dell’economia dell’egoismo di Adam Smith, quella che in seguito verrà definita da Thomas Carlyle the dismal science, la scienza triste, sia pure per motivazioni diverse da quelle qui trattate?

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Determinante è stato sicuramente che la fine del 700 segna il completamento del processo che ha visto il baricentro del mondo occidentale inclinarsi progressivamente dal Mediterraneo, al Mare del Nord e all’Oceano Atlantico

Gli esiti della Rivoluzione industriale determinano che i traffici, l’economia, ma anche il pensiero e la politica cessano definitivamente di orbitare attorno a Roma per trasferirsi a Londra, Parigi, Rotterdam.

Un percorso che inizia con la rottura dell’unità mediterranea, prosegue con la costruzione dei regni carolingi, passa attraverso l’espansionismo britannico, e arriva ai nostri giorni all’egemonia franco-tedesca in ambito Unione Europea.

Il miope rigore olandese che si è opposto all’emissione di obbligazioni garantite dall’UE per sostenere le economie affossate dall’epidemia del Covid 19, è solo l’ultimo atto di una lunga serie di conflitti sul modo di intendere il concetto di cooperazione tra gli Stati dell’Unione.

Mi verrebbe da dire che gli Italiani hanno dato sostanza all’idea di felicità e che i popoli del nord quel concetto hanno demolito.

Il Capitalismo di Adam Smith avrà ugualmente successo anche nell’area del Mediterraneo, ma in questa parte dell’Europa il contributo dell’economia civile di Antonio Genovesi non viene perso del tutto per cui si può sostenere l’esistenza di un capitalismo del Nord e di un capitalismo del Sud.

Il capitalismo nordico sarà improntato quasi esclusivamente all’utilitarismo e alla massimizzazione del profitto (business is business), mentre quello mediterraneo manterrà una qualche apertura verso il bene comune, verso quindi l’idea che il benessere debba essere raggiunto attraverso la collaborazione attiva di tutti i componenti della comunità. (Ulteriori riflessioni sulle origini dei capitalismi si possono leggere in questo altro articolo del blog)

Tra le due interpretazioni quella di gran lunga dominante è certamente la prima.

Non è per niente casuale che le economie che hanno incontrato maggiori difficoltà a confrontarsi con il capitalismo anglosassone e protestante e a rispettarne alla lettera le regole sono state quelle di Portogallo, Italia, Grecia, Spagna. Non è un caso che le Nazioni che più hanno patito le conseguenze della crisi del 2007 sono state Portogallo Italia Grecia e Spagna. Non è un caso il disprezzo con cui i paesi protestanti del Nord Europa hanno coniato il termine PIGS utilizzando le iniziali degli Stati a tradizione cattolica.

Capitale umano

L’influenza dell’economia civile sul capitalismo mediterraneo ha prodotto esperienze molto significative, come il movimento cooperativo e l’impresa familiare.

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Nelle cooperative i soci collaborano e si sostengono a vicenda ad esempio per trovare maggiori opportunità di lavoro, oppure per poter diventare proprietari di una casa che altrimenti non potrebbero permettersi di comprare, oppure per poter acquistare beni a condizioni più favorevoli.

Nell’ impresa familiare l’imprenditore si avvale della collaborazione di coniuge e dei parenti più stretti, nel presupposto che la naturale vicinanza e solidarietà, quel volersi bene che è tipico della famiglia, possa contribuire al successo dell’impresa.

E’ significativo del clima che caratterizza questo tipo di impresa il fatto che il collaboratore familiare non viene retribuito in base alle ore lavorate, come se fosse un dipendente, e solo in parte può partecipare agli eventuali utili come se fosse un socio. Egli ha invece diritto al mantenimento, che dipende dalle condizioni economiche della famiglia, le quali sono quindi più decisive rispetto a quelle dell’azienda che la famiglia stessa gestisce.

Non si tratta dunque di una famiglia che esercita un impresa, ma di una impresa che diventa famiglia.

Famiglia e lavoro sono due aspetti che contribuiscono a dare rilevanza al modello di economia civile.

La famiglia, che per il capitalismo anglosassone deve essere forte e salda perché segno della Grazia di Dio, per l’economia civile costituisce l’esempio da seguire di quelle buone relazioni che portano al benessere. I profitti dell’impresa familiare, che sono favoriti dalla fiducia reciproca che nasce dal legame di parentela, devono essere da stimolo affinchè tutti i soggetti economici percorrano quella strada.

La dignità del lavoro

Il lavoro, che per il capitalista calvinista deve produrre più ricchezza possibile in quanto anch’esso segno della benevolenza del Signore, per l’economia civile deve avere lo scopo di fare bene le cose, non tanto e non solo per il profitto che ne deriva al singolo, ma per il suo fine di rendere il mondo più bello ed ospitale per tutti.

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C’è poi un altro elemento che ha fatto salire di grado il lavoro, dalla semplice descrizione di una fatica, fisica o psicologica, ad una dimensione più alta.

Ogni individuo è portatore di una identità genuina e autentica che a volte rimane dormiente e che è spesso in contrasto con il ruolo che gli viene assegnato dalla società circostante.

Solo quando la comunità esterna arriverà a riconoscere senza compromessi l’io interiore, e ad accettare che ogni essere umano è portatore di valori e quindi determinante per il progresso comune, potrà sperare di migliorare e di evolversi in modo fondamentale.

Quella dignità che nell’età classica era attribuita ai cittadini che impugnavano le armi per difendere la patria, e in epoca successiva era dalla legge riconosciuta come patrimonio esclusivo della nobiltà, diventa nel ventesimo secolo, il secolo dei diritti, il secolo che vede l’affermazione delle masse popolari quali protagoniste della politica e dell’economia, il segno distintivo di ogni essere umano.

Il timbro che ne imprime il marchio, lo stampo che permette di dare forma e sostanza alla dignità di ognuno, è il lavoro.

E’ sicuramente questa la stella polare che deve guidare la lettura e l’interpretazione dell’articolo 1 della Costituzione italiana, che quindi può essere a ragion veduta considerato uno dei grandi contributi dell’economia civile alla società .

A illustrare la norma fu Amintore Fanfani il quale partecipò materialmente in sede di Assemblea Costituente alla sua stesura:

“Dicendo che la Repubblica è fondata sul lavoro, si esclude che essa possa fondarsi sul privilegio, sulla nobiltà ereditaria, sulla fatica altrui…Niente pura esaltazione della fatica muscolare, come superficialmente si potrebbe immaginare, del puro sforzo fisico; ma affermazione del dovere di ogni uomo di essere quello che ciascuno può in proporzione dei talenti naturali, sicché la massima espansione di questa comunità popolare potrà essere raggiunta solo quando ogni uomo avrà realizzato, nella pienezza del suo essere, il massimo contributo alla prosperità comune”.

Meuccio Ruini, Presidente della “Commissione dei 75”, scrisse nella relazione che accompagnava l’intero progetto:

“Lavoro di tutti, non solo manuale ma in ogni sua forma di espressione umana”.

Su tale concetto si allinea anche il liberale Luigi Einaudi, che si esprimerà più tardi con queste parole rimaste celebri:

“…migliaia, milioni di individui lavorano, producono e risparmiano nonostante tutto quello che noi possiamo inventare per molestarli, incepparli, scoraggiarli. È la vocazione naturale che li spinge; non soltanto la sete di denaro. Il gusto, l’orgoglio di vedere la propria azienda prosperare, acquistare credito, ispirare fiducia a clientele sempre più vaste, ampliare gli impianti, abbellire le sedi, costituiscono una molla di progresso altrettanto potente che il guadagno. Se così non fosse, non si spiegherebbe come ci siano imprenditori che nella propria azienda prodigano tutte le loro energie e investono tutti i loro capitali per ritrarre spesso utili di gran lunga più modesti di quelli che potrebbero sicuramente e comodamente con altri impieghi” (1960).

Quindi il lavoro non come semplice merce, scambio di servizi, o mero strumento per procurarsi quel reddito che pure assolve al legittimo soddisfacimento dei bisogni, ma come realizzazione individuale, come quel veicolo che permette a ciascuno di esprimere e costruire la propria dignità di uomo.
Le cose potranno essere ben fatte e quindi migliorare il mondo, e il lavoro essere in grado di fornire il necessario per una esistenza libera e dignitosa anche senza bisogno di fatiche massacranti.

Chiediamoci perché se cinquanta anni fa il tempo di produzione di un’automobile era un mese ed oggi solo una settimana, l’orario di lavoro è rimasto inalterato e il salario quasi.

Chiediamoci perché se Amazon si arricchisce utilizzando internet, che non dimentichiamo è un bene di tutti, una parte di quella ricchezza non debba essere redistribuita tra tutti gli esseri umani che di internet sono comproprietari.

E ancora: siamo abituati storicamente all’idea che il lavoro è lo strumento indispensabile per procurare il reddito che poi servirà a mantenere il nostro tenore di vita. Ma dovremo anche pensare che come già da tempo le macchine hanno sostituito il lavoro manuale, l’intelligenza artificiale farà scomparire quelle attività che sembravano esclusivo appannaggio della mente umana. La ricchezza continuerà ugualmente ad essere prodotta nel mondo ma non potrà più essere il lavoro lo strumento per portarla a casa.

Il reddito di cittadinanza, che oggi è solo un ammortizzatore sociale, potrebbe essere ripensato come forma di distribuzione di ricchezza si, ma per tutti gli uomini.

Quel dono che non è regalo

Efficienza, profitto , competitività sono termini usuali nel linguaggio economico odierno. Essi richiamano l’utilitarismo egoistico di Adam Smith e sono solo in minima parte mitigati dal concetto di giustizia redistributiva che si è fatto strada come reazione alle disuguaglianze generate dal neoliberismo globalizzato.

In siffatto scenario parlare di dono e di gratuità può sembrare una missione impossibile.

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Marc Chagall – Compleanno

La Destra si consola con i principi del “Conservatorismo compassionevole“, nella definizione di Marvin Olasky, già consigliere economico di George W. Bush, secondo cui spetta alla filantropia avere pietà e prendersi cura delle persone bisognose, povere o emarginate. La Sinistra insiste sul Welfare, dove è compito dello Stato farsi carico di assicurare a tutti i cittadini livelli essenziali di assistenza.

Nel primo caso la beneficenza genererà a lungo andare individui offesi e umiliati nella loro dignità, consapevoli che la loro esistenza dipende esclusivamente dalla carità altrui. Con la seconda soluzione ci troveremo di fronte a persone certamente assistite ma non aiutate a diventare parte integrante della comunità, perché l’assistenzialismo non riesce ad evitare la trappola della dipendenza riprodotta.

E’ necessario allora prestare attenzione e attribuire ai termini in questione il giusto peso specifico, perché dono è un’altra di quelle belle parole che il pensiero ricorrente ha svalutato, nell’idea che il benessere si può raggiungere solo attraverso l’egoismo.

Il dono è certamente uno dei sintomi che testimonia la presenza di buone relazioni sociali, ed è inoltre espressione di reciprocità: coloro che sono in buoni rapporti usano scambiarsi doni, magari cogliendo l’occasione di determinare ricorrenze.

Il dono è soprattutto espressione di comunità: per tradurre dono in latino dobbiamo usare la parola munus da cui deriva il nostro munifico, generoso, colui che pensa agli altri, ma anche e sopratutto communitas , la comunità degli uomini.

Ma l’economia non si può accontentare di buone relazioni fine a se stesse ma vuole che esse portino al benessere e quindi a contribuire al soddisfacimento dei bisogni.

A questo riguardo è molto significativo l’esempio dei contadini delle nostre campagne che nella stagione della battitura andavano a lavorare sul campo del confinante nella consapevolezza che quel dono sarebbe stato contraccambiato.

Quei contadini non erano semplici vicini di casa, ma le loro relazioni erano cosi forti che essi si consideravano quasi membri della stessa famiglia. Se non avessero creato questo legame, se non si fossero fidati uno dell’altro, non sarebbero riusciti a mietere il grano entro i tempi dovuti e nessuno avrebbe avuto il suo raccolto.

Il loro interesse alla mietitura del grano è un’altra parola da analizzare con attenzione perché tradotto ancora in latino ci porta a inter – esse, essere tra, quindi non al profitto ma allo stare insieme.

Il dono è dunque indispensabile, anche per il mercato.

Una ulteriore riflessione mi porta a prendere ancora in esame il valore del dono, questa volta nel mondo del lavoro dipendente.

Sappiamo che il rapporto tra impresa e lavoratore è contrattualmente regolato: orario di lavoro, riposi settimanali, retribuzione, ferie, doveri di fedeltà, diligenza e rispetto delle direttive stabilite dal datore di lavoro.

Quante volte però in un negozio di abbigliamento abbiamo incontrato commessi che alla fine sono comunque riusciti a venderci qualcosa anche se eravamo entrati solo per dare un’occhiata; e al contrario, quante volte ci siamo imbattuti in altri che hanno svolto il loro lavoro si, ma senza un briciolo di entusiasmo.

L’impresa per aver successo e quindi fare profitti ha bisogno che i dipendenti diano qualcosa di più di quello che il contratto gli richiede: passione, impegno, senso di appartenenza, dedizione: tutte cose che non sono retribuite.

Esse sono un dono ma non perché sono prive di valore e quindi debbono essere gratis, anzi al contrario sono di valore così alto che non hanno prezzo.

Un professore potrebbe entrare in aula puntuale al cambio dell’ora per fare il riassunto del capitolo del libro di testo. Un altro passa invece le notti a studiare per trovare argomenti che rendano più interessante la lezione, parla con gli studenti per capire meglio le loro difficoltà, organizza eventi per aumentare la qualità dell’insegnamento.

La differenza tra i due è tutta in quella parte che non viene retribuita, che è donata, ma non per questo è senza valore.

Il primo ha certamente rispettato il contratto, ma è il secondo l’insegnante che avremmo sempre voluto avere. Egli trova nel risultato del suo dono ovvero la preparazione dei suoi studenti, il rispetto e la stima che loro hanno per lui la felicità che nessuna retribuzione potrebbe dargli.

Grazie a quel dono costruisce la sua dignità, il riconoscimento della suo io interiore, ed è a questo proposito che voglio citare un episodio raccontato da Primo Levi riguardante il periodo da lui trascorso ad Auschwitz.

“Il muratore italiano che mi ha salvato la vita portandomi di nascosto il cibo per sei mesi, detestava i tedeschi, il loro cibo, la loro lingua, la loro guerra. Ma quando lo mettevano a tirar su i muri li faceva dritti e solidi, non per obbedienza ma per dignità”.

Quel muratore ha messo nel lavoro la parte migliore di se, perché quel muro lo rappresenta: se il muro viene costruito storto anche lui si vede imperfetto. Le imprese vanno avanti non perché i lavoratori rispettano i contratti ma perché fanno i muri dritti. Ecco perché esse debbono fare in modo che i lavoratori, oltre ad essere retribuiti il giusto, possano anche esprimere la loro dignità sul posto di lavoro.

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Ing. Taiichi Ōno 1912 – 1990

Toyota è stata una delle aziende a recepire questo messaggio a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta: il suo modello “Lean Production” è ancora oggi di riferimento.

Quando l’operaio della catena di montaggio notava, ad esempio, una macchia d’olio sul pavimento, aveva il potere di fermare la produzione per capirne l’origine, sicuramente causata da un difetto nella procedura. Nello stesso periodo e nella stessa situazione, a Mirafiori, la richiesta che al massimo poteva essere avanzata al dipendente Fiat era di pulire il pavimento.

Il risultato è che le automobili Fiat avevano un numero di difetti enormemente superiore a quelle Toyota. Il lavoratore Fiat si doveva accontentare del suo salario, ma era deluso del suo lavoro, demotivato e quando poteva andava in malattia. Quello Toyota era felice e orgoglioso della macchina che usciva dalla catena senza difetti, perché lui aveva contribuito a renderla perfetta.

4 pensieri su “Fuga dalla decrescita infelice. SosteniAmo il bene comune

  1. Buone osservaz,ma qual’è il succo del discorso? Quali proposte? Ho ripensato al bellissimo saggio di Bob Kennedy su ciò che il PIL nn avrebbe mai potuto valutare,lì,però,c’era la consapevolezza che,oltre ogni calcolo,teoria,scienza,nn si sarebbe potuto/dovuto accantonare il💓

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    1. Ti ringrazio innanzitutto per il tuo intervento, e provo a rispondere.

      C’è un filo comune che lega le scienze sociali che riguarda il successo della nostra convivenza e mi viene da dire, magari esasperando un po i toni, il futuro della specie umana.
      Convivere, coabitare, condividere sono verbi che per avere senso concreto hanno bisogno della capacità di collaborare, decidere insieme, impedire che chi si trova nella parte fortunata del mondo possa approfittarne per tenere sottomessi gli altri.
      Se ci pensi bene troverai che la lezione dell’economia civile, quella che sostiene che il nostro benessere passa per la costruzione di buoni rapporti (il che vuol dire lotta alle disuguaglianze nella distribuzione della ricchezza, aiutare chi è in difficoltà non per carità ma per permettergli di continuare a migliorare il mondo grazie al suo lavoro e a
      accrescere il reddito di tutti grazie al sostegno della domanda attraverso i consumi), è la stessa che i Costituenti hanno scelto e poi proposto alla futura classe politica. Non la dominanza di chi ha avuto più voti alle elezioni, e neanche l’assoluta sovranità popolare, perché entrambe possono portare alla morte della democrazia: la prima per il deficit di uguaglianza la seconda per il rischio della cd “tirannia della maggioranza”. Anche la strada indicata dai Padri Costituenti parla, come l’economia civile, di dialogo, compromesso, controllo delle estremizzazioni. Essa sceglie il Parlamentarismo perché la presenza di pesi e contrappesi, di organi autonomi e indipendenti impedisce il ritorno dei totalitarismi.
      Alla tua domanda rispondo con le stesse parole che dico ai miei studenti. La tecnologia e la scienza sono in grado di dare soluzioni ai nostri problemi pratici (Prima o poi i ricercatori scientifici ci regaleranno il vaccino contro il Covid 19). Le scienze sociali non saranno mai in grado di costruire un interruttore che accenda la luce immediatamente e definitivamente. La via migliore la può trovare solo la Politica (con la P maiuscola), e la società civile con l’aiuto indispensabile della Cultura e dell’Istruzione (sempre con le iniziali maiuscole), nella consapevoleza che i sistemi sociali sono per loro natura imperfetti e quindi vanno continuamente rivisti, aggiornati, riconsiderati.

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