la Costituzione repubblicana contro i tradimenti della democrazia

In questo articolo propongo la prima parte dell’ intervento che ho tenuto il 28 febbraio 2019 presso l’IIS Galilei di Jesi avente per titolo “La democrazia del compromesso nella Costituzione repubblicana”.         La seconda parte è disponibile qui

 

La lettura della Costituzione è una esperienza che va molto oltre la normale analisi di un testo normativo.

La Costituzione parla a noi tutti, parla alla mente e all’anima, e le sue parole aprono una riflessione sul senso che dobbiamo attribuire alla permanenza nella comunità di cui facciamo parte e soprattutto devono far pensare a quanto sia stata benevola la sorte che ci ha concesso di essere guidati da una legge fondamentale tanto lungimirante e attenta alla tutela della libertà.

La Costituzione ci parla con l’articolo 1 e racconta di una comunità che invece di continuare a dare rilevanza ai privilegi nobiliari legati al nome della famiglia di origine, ai privilegi che consentivano di ricoprire, senza merito, cariche importanti e di accumulare patrimoni ingenti sfruttando il lavoro degli altri, ha scelto di fondarsi sul lavoro, sulla capacità dei suoi componenti di migliorare il mondo di cui sono abitatori.

Ci parla l’articolo 3 e ricorda che i cittadini sono sì uguali davanti alla legge, ma di una eguaglianza che vuole eliminare solo le differenze che sono toccate in sorte, quelle di cui non si è responsabili e quindi quelle relative al sesso, alla razza alla lingua alla religione e alle condizioni personali e che lascia allora inalterata per gli individui l’opportunità di lottare per potersi distinguere e ottenere riconoscimenti per quelle qualità che invece dipendono dal merito, dall’impegno, dallo studio e dalle assunzioni di responsabilità.

Ci rassicura l’articolo 2 quando afferma che i diritti umani sono “riconosciuti”: il diritto alla vita, il diritto all’integrità fisica, il diritto di vivere accanto alle persone che si ama sono preesistenti . Lo Stato non può decidere su di essi: ne deve solo riconoscere la presenza.   I diritti dell’uomo sono quindi tutelati in misura straordinariamente maggiore che se il Costituente avesse stabilito che essi sono semplicemente “assegnati” o “concessi” , perché starebbe a significare che quello che l’autorità può concedere potrebbe in un secondo momento anche revocare.

 

 

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Le parole della Costituzione

Leggere la Costituzione vuol dire aprire un libro emozionante e sorprendente.

Emozionante, per la nobiltà dei contenuti e non solo quelli indicati nei principi fondamentali  di cui ho appena citato i primi tre, ma anche per quante volte, risuona la parola libertà affiancata e direi sacralizzata dall’aggettivo inviolabile e quante volte viene usato l’avverbio liberamente, per indicare che un determinato comportamento, in quanto costituisce un diritto, può essere tenuto senza richiedere permessi, autorizzazioni o documentazioni, senza cioè dover render conto ad alcuna autorità.

Siamo abituati a ritenere che le libertà siano scontate: che come è certo che domani sorgerà il sole, allo stesso modo potremmo godere delle nostre libertà. La realtà non è affatto questa: la storia dimostra che la soggezione è la regola, la libertà è solo l’eccezione.

Sorprendente, perché la sua analisi, come per tutte le opere di grande spessore, rivela di continuo nuove verità. E’ vero che non si tratta di una lettura agevole: per comprendere appieno i contenuti della Costituzione dobbiamo salire di livello, dobbiamo fare fatica, dobbiamo impegnarci a considerare ogni singola parola. Ma è lo stesso impegno, la stessa fatica che hanno profuso i Padri Costituenti perché ognuno dei termini che ritroviamo negli articoli è stato pesato, discusso e oggetto di dispute anche accesissime nel tentativo, riuscito, di renderli strumento di benessere collettivo.

Pensiamo alla polemica sorta in seno all’Assemblea quando non venne accettata la formula della Repubblica dei lavoratori, proposta da una parte numericamente importante dei Costituenti.

E non si tratta solo del fatto che la maggioranza  non volle correre il rischio che quell’espressione potesse essere interpretata come un riferimento alla lotta di classe e che potesse alimentare il sospetto che il percorso politico che l’Italia si accingeva a percorrere inclinasse verso il blocco socialista piuttosto che verso le democrazie occidentali.

Le parole dell’On. Amintore Fanfani chiariscono il senso della formulazione alla fine  prescelta:

“Dicendo che la Repubblica è fondata sul lavoro – egli affermò – si esclude che essa possa fondarsi sul privilegio, sulla nobiltà ereditaria, sulla fatica altrui”…“Niente pura esaltazione della fatica muscolare, come superficialmente si potrebbe immaginare, del puro sforzo fisico; ma affermazione del dovere di ogni uomo di essere quello che ciascuno può in proporzione dei talenti naturali, sicché la massima espansione di questa comunità popolare potrà essere raggiunta solo quando ogni uomo avrà realizzato, nella pienezza del suo essere, il massimo contributo alla prosperità comune”.

Scrisse  Meuccio Ruini:

“Lavoro di tutti, non solo manuale ma in ogni sua forma di espressione umana”.

E ancora Luigi Einaudi:

“…migliaia, milioni di individui lavorano, producono e risparmiano nonostante tutto quello che noi possiamo inventare per molestarli, incepparli, scoraggiarli. È la vocazione naturale che li spinge; non soltanto la sete di denaro. Il gusto, l’orgoglio di vedere la propria azienda prosperare, acquistare credito, ispirare fiducia a clientele sempre più vaste, ampliare gli impianti, abbellire le sedi, costituiscono una molla di progresso altrettanto potente che il guadagno. Se così non fosse, non si spiegherebbe come ci siano imprenditori che nella propria azienda prodigano tutte le loro energie e investono tutti i loro capitali per ritrarre spesso utili di gran lunga più modesti di quelli che potrebbero sicuramente e comodamente con altri impieghi” 

Ecco che il lavoro di cui si parla, l’attività umana che migliora il mondo, non è esclusiva  delle classi lavoratrici in senso stretto, ma è anche quello degli studenti, delle casalinghe, del volontariato, dei pensionati che hanno interrotto il lavoro e dei disoccupati che lo hanno perso.

Da questa considerazione sono derivate normative innovative come il regime di comunione legale dei beni, nata per rendere merito al lavoro delle casalighe,  e  le norme sul diritto di assemblea e di rappresentanza negli organi collegiali della scuola a riconoscimento degli studenti e del loro lavoro all’interno dell’istituto scolastico che frequentano, in preparazione a quello che svolgeranno nella società di cui saranno protagonistiPer un maggior approfondimento sull’articolo 1 si veda qui.

Pensiamo poi alla sapiente regia che ha blindato il principio repubblicano. “l’Italia è una Repubblica…” recita l’inizio della Costituzione, e “la forma repubblicana non è oggetto di revisione costituzionale” afferma l’ultimo dei suoi articoli.

Non solo si sancisce a chiare lettere  che la Repubblica è intoccabile, ma appare molto direi scenografica e di forte impatto emotivo anche la scelta di iniziare e concludere la Costituzione sempre con il termine Repubblica, che riproduce il percorso biblico dell’Alfa e dell’Omega usati lì come simbolo dell’eterna essenza del Cristo e qui come eterna essenza della Repubblica.

Potrebbe sembrare questa una impostazione eccessivamente retorica.  Ritorniamo però con la mente al 1946 e all’esito del Referendum del due giugno che vide la vittoria della Repubblica probabilmente anche grazie a brogli elettorali tanto che il Re, che aveva dato la parola che in caso di sconfitta monarchica avrebbe lasciato il Paese, fa sapere che stava cambiando idea. La presenza del sovrano nella giovane e fragile repubblica sarebbe stata un ostacolo forse insormontabile visto che una discreta parte del popolo evidenziava nostalgie monarchiche, e che all’interno dell’Esercito e in primo luogo nell’Arma dei Carabinieri c’era chi, anche per eredità storica, non faceva mistero della propria fedeltà alla Corona di Casa Savoia. Ecco allora che la scelta dei Costituenti assume ben altro significato.

La Carta costituzionale non va quindi sfogliata come i post di Facebook o le storie di Instagram. La Costituzione va pensata, studiata e ragionata: solo così ci si può sintonizzare con lo spirito che ha animato i Padri Costituenti .

E allora, anche quando il contenuto di un articolo esprime un concetto che a prima vista potrebbe sembrare superato e da cambiare, si giunge comunque alla conclusione che la strada indicata dai Costituenti è da preferirsi a qualunque riforma.

Anche argomenti poco o per niente popolari come l’indennità parlamentare in odore di privilegio, il bicameralismo perfetto e le sue presunte lungaggini, il divieto del mandato imperativo e il rischio di vedere il parlamentare votato andare ad ingrossare le file di un partito sgradito, il numero dei Parlamentari ritenuto eccessivo, vengono fortemente rivalutati quando si evidenziano i principi che hanno ispirato i Costituenti.

Non è un caso che i due ultimi tentativi di riscrittura del testo costituzionale per quanto approvati su iniziativa di una maggioranza parlamentare che nel 2006 si dichiarava liberale e che nel 2016 affermava essere di sinistra sono stati poi disinnescati dalla volontà popolare. Certo che si potrebbe anche dire che in quelle occasioni il voto si è espresso più contro il Governo che si era fatto promotore della riforma che non a favore di una difesa a spada tratta della Costituzione, ma a me piace pensare che gli Italiani si stiano affezionando alla loro Costituzione alla stessa stregua di come i Britannici lo sono da sempre alla loro Monarchia. Lo conferma anche il fatto che la personalità che è chiamata a ricoprire la funzione di Presidente della Repubblica, quindi di primo garante e difensore della Costituzione, ha normalmente presso i cittadini un indice di gradimento più elevato rispetto alle altre cariche politiche.

 

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Costruire la comunità

L’espressione “L’uomo è un animale sociale” che Aristotele ci ha regalato nella sua “Politica” e che non a caso viene spesso riportata nelle primissime pagine dei testi di diritto costituzionale ci ricorda come la nostra vita su questa terra si svolge all’interno di una comunità. Noi non viviamo come singoli ma insieme ad altri e con gli altri dobbiamo per forza fare i conti.

Costruire la comunità è l’obbiettivo che si prefiggono le scienze sociali e il diritto prima tra tutte.

Costruire la buona comunità vuol dire creare pace sociale. Nella buona comunità i conflitti si riducono, e quelli che inevitabilmente sorgono sono gestiti dalla comunità stessa, facendo prevalere la giustizia sulla legge del più forte, che invece avrebbe la meglio se i contrasti venissero risolti individualmente.

Costruire la buona comunità vuol dire porre le condizioni per aumentare il benessere dei suoi componenti, permettendo loro di soddisfare un numero sempre maggiore di bisogni.

E allora quando raggiungiamo buoni risultati, quando come singoli riportiamo soddisfazioni, quando abbiamo successo, anche economico, ricordiamoci che il merito non è solo nostro ma anche di tutti coloro che ci stanno intorno.

Vengono alla mente le parole conclusive di uno straordinario Al Pacino, allenatore di football nel film “Ogni Maledetta Domenica”:

questo è essere una squadra signori miei
perciò o noi risorgiamo adesso
come collettivo
o saremo annientati individualmente

Costruire la comunità è quindi il compito delle Istituzioni, ma i cittadini devono sviluppare il senso di appartenenza, devono pensare ed agire come una squadra.

Considerare lo Stato come  una entità esterna, estranea, addirittura da guardare con sospetto perché ci chiede il rispetto delle norme, perché impone le sanzioni o perché pretende il pagamento delle tasse, è una considerazione dolorosa che rivela che ci si ritiene sudditi più che cittadini.

Quelle stesse norme e quelle stesse tasse sono invece il simbolo di appartenenza ad una comunità di eguali che nasce per migliorarne le condizioni di vita.

Pensiamo alla bellezza del principio dell’assistenza sanitaria gratuita: in un momento di difficoltà individuale come quello della malattia, la persona non viene lasciata sola ma è accompagnata dal resto della comunità che condivide la sua sofferenza e se ne fa carico per aiutarla a guarire. Tutti insieme, come la squadra di Al Pacino che vincerà poi il Super Bowl.

Una nutrita letteratura si è occupata dell’organizzazione della buona comunità, della società perfetta: dalla “Repubblica” di Platone, alla “Citta del Sole” di Tommaso Campanella, fino a “Utopia” di Thomas More.

Ai Costituenti è spettato lo stesso ingrato compito, con la non banale differenza che ad essi non fu concesso di costruire la società utopica, quella del non luogo, ma dovettero adoperarsi per la realizzazione concreta dello spazio in cui vivere dovendosi confrontare con le miserie di una realtà che vede interessi contrapposti e una indole umana sostanzialmente egoista.

Anche il cambiamento dei tempi non ne agevolò il lavoro.

Infatti il modello di governo autoritario e assolutista sarebbe stato abbastanza facile da realizzare: uno comanda, magari sostenuto da oligarchie nobiliari e/o ecclesiastiche, e gli altri obbediscono in cambio della protezione assicurata dal capo. Del resto il bisogno principale del tempo era la sicurezza e il popolo era abbastanza disponibile a barattarla con una riduzione delle libertà.

Le Costituzioni dell’Ottocento si limitarono a sostenere gli ideali delle Rivoluzioni francese e americana solo formalmente. Libertà e uguaglianza furono utilizzate per costruire il paravento dietro il quale si celava un nuovo dominio, quello della Borghesia.

Il ventesimo secolo invece non poteva invece più ignorare il ruolo di protagonista che avevano assunto le masse popolari: il proletariato consapevole della sua indispensabilità per muovere le macchine dell’industria, i consumatori consapevoli della importanza per muovere l’economia e in generale tutto il popolo si sentiva giustamente in credito con la società per il pesante tributo di sangue versato nelle vicende belliche in qualità di soldato, partigiano o vittima dei bombardamenti.

Ecco perché il costituzionalismo novecentesco dovette dedicare grande attenzione ai diritti e alle libertà degli individui.

 

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La fatica della democrazia

La democrazia fu la strada maestra indicata dall’Assemblea costituente per costruire la comunità vincente.

Ma costruire la democrazia è una impresa ardua. La democrazia non ha il pilota automatico. La democrazia non scende sulle teste degli uomini per grazia divina come la fiammella dello Spirito santo.

Oggi siamo qui per sminare il terreno, per scovare le insidie che si possono nascondere dietro la democrazia, per capire una volta di più che la democrazia vera è solo quella che si esprime dentro la Costituzione.

La democrazia è una forma di governo fragile, non sta in piedi da sola, e non basta che ai cittadini sia concesso di andare a votare una volta l’anno per dire che si è realizzata pienamente.

Costruire la democrazia è un lavoro ingrato perché l’eventuale successo non sarà mai definitivo; è un lavoro coraggioso perché ci sarà da combattere; è un lavoro costante perché se la democrazia è difficile da costruire lo è ancora di più da mantenere.

Iniziamo quindi a ragionare sugli errori, sugli inganni e sui tradimenti della democrazia.

Dietro al demos si sono accodati in tanti: Hitler prese il potere presentando la “Legge per l’Eliminazione della Sofferenza del Popolo e del Reich“, che venne subito chiamata la “Legge sui Pieni Poteri”. “Che cosa sono gli “amici del popolo” e come lottano contro i socialdemocratici”, è una delle opere politiche di Lenin.

Le parole della politica possono essere volutamente utilizzate in modo ambiguo in particolar modo quando attraverso di esse il potere vuole legittimare se stesso. E allora è un’operazione molto astuta quella di tradurre la parola democrazia non come governo del popolo, ma come governo per il popolo. Lo fece il regime sovietico:

“democratico è tutto ciò che serve agli interessi del popolo”

lo fece il fascismo autodefinitosi,

“democrazia organizzata, centralizzata, autoritaria al servizio del popolo e della nazione”

Lo fanno tutti i regimi più violenti e arbitrari che, dopo avere privato i cittadini dei loro diritti, si sono autoproclamati e si autoproclamano sinceri amici e difensori del popolo.

Attenzione quindi che per fondare un sistema sulla democrazia non vale lo slogan pubblicitario in voga ai tempi della mia infanzia: ”Basta la parola”.

Democrazia è, se si realizza un’alchimia di fattori così complessa che basta una minima mancanza o anche solo un imperfetto dosaggio per avere a che fare con qualcosa che democrazia non è più: la ricetta è scritta nella Costituzione.

Il solo utilizzo della parola non è sufficiente, e potrebbe avere  l’effetto del prodotto che lo slogan reclamizzava.

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La tirannia della maggioranza

Un’altra delle distorsioni in cui può cadere la democrazia viene evidenziata nella fondamentale opera di Alexis TocquevilleLa democrazia in America”.

Siamo nel 1835 e Tocqueville è reduce da un viaggio che il governo francese gli aveva commissionato per studiare il sistema penitenziario americano: ma lui resta colpito dalla democrazia rappresentativa americana e nel saggio illustra i motivi che ne hanno consentito il successo.

Il principale tra essi è l’assenza di privilegi di nascita e la possibilità per tutti di partire dallo stesso livello nella competizione sociale, in una parola: l’uguaglianza.

Scrive Tocqueville:

Tra le novità che attirarono la mia attenzione durante la mia permanenza negli Stati Uniti, nessuna mi ha maggiormente colpito dell’uguaglianza delle condizioni. Senza fatica constatai la prodigiosa influenza che essa esercita sull’andamento della società: essa dà allo spirito pubblico una determinata direzione, alle leggi un determinato indirizzo, ai governanti dei nuovi princìpi, ai governati  abitudini  particolari.

Subito mi accorsi che questo fatto estende la sua influenza assai oltre la vita politica e le leggi, e che domina non meno la società civile che il governo: infatti crea opinioni, fa sorgere sentimenti, suggerisce usanze e modifica tutto ciò che non crea direttamente.

Ma il suffragio universale, una delle massime espressioni dell’uguaglianza, deve sopportare che il voto del Rettore universitario sia considerato uguale a quello del novantenne analfabeta. Ciò potrebbe determinare il successo di fazioni politiche che, con buona dose di astuzia e opportunismo, propongono soluzioni di governo facilmente accessibili e condivisibili , ma non per questo necessariamente utili all’interesse collettivo, creando le condizioni di un nuovo dispotismo: la tirannia della maggioranza.

L’onnipotenza è in sé cosa cattiva e pericolosa […] si chiami essa popolo o Re, democrazia o aristocrazia, sia che lo si eserciti in una monarchia o in una repubblica, io affermo che là è il germe della tirannide”.

L’importanza della riflessione tocquevillana si riassume quindi nella consapevolezza che se è vero che la democrazia fiorisce grazie all’uguaglianza, è altrettanto vero che la stessa uguaglianza, quella del suffragio universale, potrebbe generare una riduzione di libertà a causa della tirannide della maggioranza, e allora la conclusione è che la democrazia non automaticamente crea libertà.

La volontà popolare, di per sé, non è garanzia di libertà.

Ma se la democrazia non riesce a garantire la libertà, figurarsi se può riuscirvi un regime autoritario. Tocqueville riconosce allora che l’unica strada percorribile è quella di affidarsi comunque al processo democratico che però, proprio per evitare la tirannia della maggioranza, deve avere come fine anche il riconoscimento delle ragioni della minoranza.

Il prodotto finale della democrazia, la legge, deve contenere sia il pensiero della maggioranza che il punto di vista della minoranza.

Occorre quindi un lavorio continuo tra le diverse posizioni in modo tale che venga messo in evidenza ciò che accomuna i vari schieramenti evitando di attribuire rilevanza fondamentale agli estremismi che li dividono, pur mantenendo le rispettive diversità.

La democrazia non elimina il conflitto: lo deve solo regolare.

 

 

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Contro la democrazia

Sarei a questo punto curioso di vedere la reazione di chi legge di fronte alla singolare tesi avanzata dal politologo americano Jason Brennan che nel suo saggio pubblicato negli Stati Uniti nel 2016 e che in Italia è stato tradotto lo scorso anno con il titolo “Contro la Democrazia”, suggerisce la radicale soluzione di far evolvere, o forse sarebbe meglio dire degenerare, la democrazia in un sistema politico in cui il diritto di voto è subordinato alla conoscenza degli argomenti: Epistocrazia è il suo nome.

Il ragionamento di fondo è semplice: così come è giusto sottoporre i cittadini ad un esame per conseguire la patente di guida al fine di limitare i potenziali danni al prossimo, allo stesso modo è accettabile l’idea che a influire su decisioni che riguardano la collettività siano solo persone informate, in quanto l’interesse collettivo a essere governati con competenza viene prima del diritto del singolo di esprimere la propria scelta politica.

La singolarità del pensiero di Brennan non sta però in quanto appena detto: già uno dei fondatori del diritto pubblico italiano, Vittorio Emanuele Orlando, riteneva che l’elezione fosse una designazione di capacità: un gruppo ristretto di elettori deve indicare quelli che ritiene  capaci di gestire problemi collettivi. Chi vota, assegna il kratos, la forza di governare, a chi dimostra l’epistème, la competenza.

L’originalità la ritroviamo invece nella suddivisione dei cittadini in tre categorie:

  • Gli Hobbit, analfabeti passivi che si caratterizzano per livelli molto bassi di conoscenza politica unito a nessun interesse per le vicende dello Stato. Nel “Signore degli Anelli” gli Hobbit si preoccupano di fumare la pipa, coltivare l’orto e si disinteressano di ciò che accade al di fuori della Contea.
  • Gli  Hooligans, ovvero persone abbastanza informate il cui difetto consiste però nell’essere afflitte da una faziosità così radicata da renderle irrazionali e irragionevoli. Si comportano come i tifosi delle squadre di calcio: non importa se la partita sia bella e regolare, l’importante è che la loro squadra vinca, impoverendo così ulteriormente la qualità del dibattito pubblico che ricordiamo deve essere indirizzato al bene comune.
  • In omaggio al Dr. Spock di Star Treck abbiamo i Vulcaniani: persone istruite, razionali e spassionate che rappresentano il modello di individuo tramite il quale l’epistocrazia si dovrebbe rivelare più efficiente della democrazia. Secondo Brennan solo a loro dovrebbe essere concesso il diritto di voto.

Sull’ignoranza Brennan ritorna spesso: tra l’altro testimonia che analizzando i risultati di alcuni questionari somministrati in occasione di vari appuntamenti elettorali con domande elementari come: “Chi è il Presidente della repubblica?”, “Qual è il partito mediamente più conservatore? a) Repubblicano b) Democratico”, il numero di errori è stato tale che se ogni intervistato avesse lanciato in aria una monetina per scegliere la risposta si sarebbero ottenuti risultati migliori.

Secondo Brennan è il sistema a rendere inevitabile tale ignoranza: la responsabilità maggiore spetta ai partiti politici i quali hanno cessato di essere la guida  che erano quando si assumevano l’onere di proporre agli elettori la propria ideologia, per divenire al contrario loro stessi seguaci e portabandiera dei luoghi comuni che circolano nella società, allo scopo di catturare facile consenso.

Si potrebbe allora dire che, come si è detto per gli elettori, anche tra i politici annoveriamo molti Hooligans  e magari qualche Hobbit. Siamo ancora alla ricerca dei Vulcaniani.

 

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Abbattere le oligarchie

Il problema maggiore con cui la democrazia deve fare i conti consiste nel rischio di una sua trasformazione in oligarchia.

Nella teoria classica delle forme di governo l’oligarchia, intesa come governo di pochi potenti sui molti impotenti, sta per così dire in mezzo tra la monarchia e la democrazia. Così in teoria, ma in pratica i sistemi politici sono fagocitati dalle oligarchie.

Ciò è vero con riguardo al modello monarchico, non essendo nemmeno immaginabile un sistema che si regga sulla concentrazione di potere in capo ad una sola persona. Il monarca o il despota in realtà è sempre l’espressione di un gruppo organizzato che in vario modo lo sostiene e contemporaneamente lo controlla. Si tratta di una situazione nota anche ai tempi dell’Impero romano quando lo stesso imperatore per conquistare e mantenere il comando aveva bisogno dell’appoggio dell’esercito. Del resto imperator è il titolo che spettava al condottiero vittorioso in battaglia, concesso dalle truppe stesse per acclamazione.

Ma la stessa situazione si verifica anche nei confronti della democrazia.

L’esperienza storica mostra che la democrazia nella sua forma pura e perfetta, con il popolo che prende in prima persona le redini  dello Stato, non è mai esistita se non in quei rari e temporanei momenti in cui il popolo insorge, abbatte le strutture gerarchiche del passato e prende il potere.

A ben vedere si tratta di episodi passeggeri e per lo più distruttivi e che quindi non possono essere classificati come di vero e proprio governo che per definizione deve costruire e non distruggere e per questo abbisogna di tempi prolungati e non di singoli momenti.

Lo riconosce, del resto, lo stesso Rousseau

“la democrazia non è mai esistita e mai esisterà: è infatti, nell’ordine naturale delle cose che il grande numero sia governato e il piccolo numero governi; non si può immaginare che il popolo sia costantemente riunito in assemblea per sbrigare gli affari pubblici”.

La realtà è quella di pochi che governano sui molti, determinando una evidente contraddizione rispetto al concetto di democrazia che tutti conosciamo. Ecco allora che le oligarchie si comportano in modo tale da nascondere la loro effettiva natura per apparire al pubblico degli elettori non come ristretto gruppo di potere ma come effettivi e legittimi rappresentanti di tutto il popolo.

La democrazia diventa così  il regime dell’illusione.

Si tratta di una colpa degli attuali elettori Hobbit e Hooligans di Jason Brennan o, se preferite individuare un bersaglio più comodo, degli uomini politici del nostro tempo?

Per verificare se tale illusione è conseguenza esclusiva dei tempi moderni o se al contrario vi è stata un’età d’oro della democrazia, un tempo in cui questa forma di governo si è realizzata senza distorsioni o accomodamenti, proporrei di fare un lungo passo indietro nel tempo verso l’Atene del V secolo avanti Cristo, nella cosiddetta culla della democrazia, verso quindi il modello di democrazia universalmente indicato come modello da seguire.

Nel 424 A.C. Aristofane porta in scena “I cavalieri“, una delle sue opere più polemiche, nella quale due servi di Demo, un vecchio rimbambito e facilmente raggirabile con cui Aristofane, come si deduce facilmente dal nome scelto, impersona il popolo, vogliono togliere di mezzo Paflagone, attraverso il quale il commediografo intendeva colpire Cleone, uomo politico del tempo, un Demiurgo, un demagogo, oggi diremmo un populista.

Paflagone, ultimo arrivato nella servitù del vecchio Demo, è ignorante e di scarse qualità.  Ma con atteggiamenti ipocriti, adulatori e ruffiani  approfitta dell’ingenuità e dell’inconsapevolezza di Demo/popolo, che gli affida il comando della servitù, cosa che gli permette di spadroneggiare in lungo e in largo nella casa.

I due servi disperati, casualmente vengono a conoscenza di una profezia che preveggeva la fine di Paflagone per opera di un salsicciaio. Prendono allora una decisione: si mettono alla ricerca del salsicciaio, lo trovano e lo portano in casa.

Il Salsicciaio, si rivela purtroppo di gran lunga peggiore del rivale: affronta il Paflagone in una ridda di minacce, insulti, vanterie e anche aggressioni fisiche.  il Salsicciaio è imbattibile quanto a bassezza e riesce infine a risultare vincitore.

La morale di Aristofane è ovviamente quella che il popolo, incapace di prendere decisioni con cognizioni di causa, alla fine sceglie il contendente peggiore.

Sempre allo stesso periodo, e questa volta si tratta di storia e non di finzione teatrale, risale la competizione elettorale tra Pericle e Cimone raccontataci da Aristotele.

Cimone, ricchissimo in virtù delle razzie compiute durante le guerre persiane si guadagnava il consenso dei concittadini con splendide feste e generose gratificazioni: chiunque poteva recarsi a casa sua e approfittare dei suoi beni .

Pericle che ricco non era rispose emanando una legge che prevedeva che le cariche pubbliche dovessero essere sorteggiate e molto ben retribuite, conquistando così grande simpatia  tra i Magistrati e tra coloro che speravano di diventarlo in seguito.

In entrambi i casi il consenso elettorale fu comprato: poco importa se con denaro privato da Cimone o con il patrimonio pubblico da Pericle; quello che per noi conta è che in realtà ad Atene Pericle governa in quanto esponente di una oligarchia che lo sostiene, ma sarebbe stata identica cosa se a prevalere fosse stato Cimone.

Dobbiamo allora sottostare ad una forma di governo che sulla base di quanto abbiamo detto finora è illusoria, traditrice, mimetica e ambigua?

Proviamo a spargere un pò di ottimismo, magari condividendo il senso di un famoso aforisma di Winston Churchill:

”la democrazia è la peggior forma di governo esistente, ma non ne ho conosciuta una migliore”

e torniamo agli effimeri momenti di gloria della Rivoluzione francese, quando vennero abbattuti i privilegi delle oligarchie ecclesiastiche e nobiliari. Possiamo allora pensare che forse proprio in questo consiste il ruolo della democrazia: il lavoro di distruzione delle oligarchie.

Costruire la democrazia, e quindi costruire la buona comunità, equivale a lavorare per combattere, limitare e distruggere le oligarchie, con la precisa consapevolezza che a un’oligarchia distrutta, subito seguirà la formazione di un’altra, spesso composta da coloro che hanno distrutto la prima. E tutto questo ci dice anche che la democrazia non è un risultato conquistato una volta per tutte, ma è un lavorio continuo: ecco perché prima ho detto che per avere la democrazia bisogna combattere, che la democrazia è fragile, che la democrazia deve essere continuamente alimentata.

La libertà non è la regola ma l’eccezione; la sottomissione è invece incombente se non ci si attiva per mantenere la libertà conquistata:

L’obbiettivo è quello di combattere le oligarchie non attraverso momenti eroici ed effimeri delle rivoluzioni popolari ma combattendo l’illegalità di cui esse si nutrono con la forza della legge uguale per tutti e la libera circolazione delle informazioni.

La democrazia forse è solo questo: la possibilità di creare momenti non eroici di distruzione delle oligarchie.                                                                                                   Gustavo Zagrebesky

 

Un pensiero su “la Costituzione repubblicana contro i tradimenti della democrazia

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