La natura dell’asilo tra fede religiosa, autorità statuale e diritti umani

Asilo era il nome che nei secoli passati si dava a certi luoghi, ai quali si attribuiva il privilegio di mettere al coperto da ogni persecuzione chiunque vi si fosse rifugiato; e diritto d’asilo si chiamava l’immunità o privilegio di cui godevano quei certi luoghi od edifizi.

GIRIODI, «Asilo (Diritto di) – (Storia del Diritto)», in Digesto italiano, vol. IV, parte I, Torino, UTET, 1896, p. 778

Appena un istante dopo essermi seduto alla tastiera per iniziare a scrivere di questo argomento, confesso di esser stato colto dalla tentazione di rinunciarvi per trattare di altro.

Non che il tema indicato nel titolo abbia così repentinamente perso posizioni nella graduatoria dei miei interessi: semplicemente non intendevo correre il rischio di trasformare un tentativo di analisi oggettiva sul diritto di asilo, in una delle tante, e spesso banali, discussioni sul fenomeno migratorio a cui abbiamo assistito da quando l’8 agosto del 1991 la nave Vlora, di bandiera albanese ma costruita (cosa a me molto cara) dai cantieri navali di Ancona, attraccò al porto di Bari con il suo carico di ventimila disperati.

Avrei infatti potuto prendere epidermicamente posizione affermando che i leader politici utilizzano le persone in movimento come capro espiatorio, incolpandoli di problemi sociali e politici che hanno ben altra origine.

Oppure avrei potuto condannare la violenza xenofoba che diventa uno strumento da campagna elettorale, e magari anche i mezzi di informazione che aspettano il prossimo sbarco per riprodurre e amplificare argomentazioni semplicistiche e inaccurate.

E ancora, potevo proporre la narrazione della storia d’esilio e della perdita di identità di cui soffre chi è costretto a lasciare il proprio paese:

“… Sono seduto su una panchina a Rennes. Sulla città piove un’acqua tiepida e benedetta. A poco a poco mi rendo conto che sono il rifugiato, l’uomo senza documenti e senza volto, senza presente e senza avvenire. L’uomo dal passo pesante e dal corpo spezzato, il fiore del male, inconsistente e disperso come polline. Non ho più nome, non sono più grande o piccolo, non sono più figlio o fratello. Sono un cane fradicio d’oblio in una lunga notte senza alba, una piccola cicatrice sul viso del mondo. Sono il rifugiato. Ora e domani. Qui e altrove. Sotto la pioggia o sotto il sole, d’estate come d’inverno. Davanti agli uomini e davanti alle donne. Davanti ai saggi e ai pazzi, vicino agli alberi e ai fili d’erba. In città e in campagna. Sono il rifugiato. Come in terra così in cielo...”

Manuale d’esilio Velibor Colic, Bompiani, 280 pp

Il tema del rifugiato merita invece a mio giudizio una riflessione che vada oltre il dibattito da social network, che sia in grado di tenere a freno la componente emotiva, e che riesca quindi ad assumere connotati di concreta obbiettività.

Per evitare una trattazione oltremodo appesantita, rimando ad un successivo contributo l’indagine dell’ambito più squisitamente giuridico riguardante la normativa italiana ed i suoi collegamenti con il diritto internazionale, limitandomi in questa sede ad evidenziare come il corso delle vicende umane, l’influenza delle fedi religiose, e il livello di conflittualità e/o cooperazione tra le diverse comunità abbiano scandito i tempi di evoluzione del diritto di asilo.

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Tu proverai si come sa di sale lo pane altrui

Tra le grandi narrazioni che hanno raccontato gli eventi umani, numerosissime sono quelle che vedono in primo piano storie di esilio e di rifugiati accolti fuori dalle terre di origine. A contarle tutte verrebbe da dire che esse costituiscono la matrice comune per tutte le odierne comunità organizzate e che parafrasando Dostoevsky: “Siamo tutti esuli del nostro passato”.

Forse non è neppure un caso che il racconto biblico faccia coincidere l’inizio della storia dell’umanità con la cacciata di Adamo ed Eva dal paradiso terrestre o che la cristianità sia stata segnata da un altro episodio di esilio, quello che vide la Sacra Famiglia rifugiarsi in Egitto dalla natia Palestina per sfuggire alle stragi ordinate da Erode.

Se si preferisce un approccio più laico possiamo ricordare come il ritrovamento dell’austrolopiteco che in omaggio ai Beatles fu chiamato Lucy, dimostra che l’uomo compare in Africa tra 500.000 ed i 250.000 anni fa e che, per ironia della sorte, allora come oggi dall’Africa emigrò in direzione degli altri continenti.

L’anno 622 del nostro calendario segna la nascita dell’Islam con l’inizio della predicazione di Maometto a Medina, dove il profeta era stato accolto una volta fuggito dalla Mecca. E poi la storia di Enea, l’esule che fonda l’impero da cui discendono i popoli latini; quella di Mosè e di Abramo alla ricerca della terra promessa; i Padri Pellegrini, esiliati da Enrico VIII per reazione alla decisione pontificia di non concedergli l’annullamento del matrimonio con Caterina d’Aragona: primi coloni di quelli che poi sarebbero diventati gli Stati Uniti d’America. Conobbero l’esilio Ovidio e Dante Alighieri; Fryderyk Chopin a Parigi, Richard Wagner a Zurigo, Sigmund Freud a Londra. Giuseppe Garibaldi fu esule due volte a Marsiglia e a Rio de Janeiro, mentre Giuseppe Mazzini trascorse quasi tutta la vita tra Francia, Svizzera e Inghilterra.

le supplici

Il diritto di asilo in Atene

La Grecia antica riconosceva il diritto di asilo in virtù di valori considerati superiori a qualunque autorità politica.

“Siamo esuli in fuga, non al bando per un fatto di sangue, condannate dal voto della nostra città, ma in fuga dai maschi della nostra stirpe, perché l’unione con i figli di Egitto e la loro empia intenzione noi aborriamo” (Le supplici, Eschilo, 463 a.C.).

Danao ed Egitto erano due re gemelli che condividevano il trono d’Egitto: cinquanta figlie aveva il primo, altrettanti maschi il secondo. I due sovrani decisero il matrimonio tra consanguinei: le ragazze, rifiutando, fuggirono ad Argo chiedendo ospitalità al re Pelasgo. Costui si troverà a decidere tra la concessione del rifugio alle supplici, o il rischio di una guerra con l’Egitto. Eschilo racconta come la scelta venne affidata al popolo e che il voto della comunità sarà unanime, “come un solo corpo”, nell’accordare l’accoglienza alle donne. “La giustizia fonda la democrazia, che a sua volta genera giustizia in un circolo virtuoso”.

Anche Platone sostiene che i cittadini hanno l’obbligo di onorare i supplici, gli ospiti e gli stranieri:

«Bisogna inoltre ritenere che i rapporti con gli stranieri sono sacri al massimo grado… Poiché infatti lo straniero è solo, senza compagni e parenti, merita più pietà da parte degli uomini e degli dèi…Ma fra tutte le colpe che riguardano gli stranieri e i conterranei, la più grave per ciascuno è quella che si commette contro i supplici: perché il supplice, attraverso le sue suppliche, chiama un dio a testimoniare i suoi voti e questo dio lo protegge».
Platone Le Leggi (728c–730a)

La figura dello straniero era definita dai Greci attraverso termini come “xenos”, che presenta significati diversi tra cui “insolito” ma anche “ospite”, e verbi come ξενόω che può essere tradotto come “separare” ma anche “accogliere”.

Lo sconosciuto, anche se si presenta con abitudini o tratti somatici diversi da quelli a noi abituali, deve essere accolto e riconosciuto come ospite (ξένος) .

Il sentimento di apertura e di fiducia verso colui che proviene da altri lidi si manifestava in quei tempi in maniera tanto evidente, quanto stridente e inappropriato appare oggi l’impiego della stessa radice etimologica per costruire la parola xenofobia.
Con il mito degli Argonauti a fare da sfondo, il brano che di seguito mi piace proporre testimonia magnificamente la rilevanza giuridica ed etica del principio di ospitalità, aprendo, credo, significativi spazi di riflessione sulle vicende contemporanee:

Tutti insieme, da amici, il re e il suo popolo andarono incontro agli eroi, e li accolsero con ogni attenzione che imponeva uno dei valori più importanti dell’antica Grecia, l’ospitalità, detta ξενία (xenìa) – per questo, se mai un antico Greco dovesse osservare la nostra contemporaneità inorridirebbe di fronte alla parola xenofobia , che greca non è affatto. Venne infatti coniata nel 1901 dallo scrittore francese Anatole France e inserita per la prima volta in un dizionario, il Nouveau Larousse Illustré , nel 1906 in relazione all’affare Dreyfus. E forse, quel Greco si vergognerebbe a morte e ci richiederebbe indietro le sue antiche parole, perché l’ospitalità su cui si fondava la sua idea di mondo è oggi associata da noi moderni alla paura, φόβος (phòbos), di quegli stranieri che sbarcano, stremati da tanto mare, sulle nostre coste. Stranieri come Giasone e i suoi compagni, che il re Cizico invitava ad attraccare nel porto principale della città, accogliendoli

La misura eroica – Andrea Marcolongo – Mondadori 2018

La sacralità dell’ospite si sposa alla perfezione con l’ossequio che doveva essere riconosciuto alle divinità.

Nei grandi santuari di Olimpia, Delphi, Delo, anche oggi si respira un’aura magica che promana da luoghi sottratti all’autorità terrena e consacrati al dio.

Una seduzione che deriva non solo dalla bellezza del sito prescelto, dalle pregevolezze architettoniche e magari dal fascino oscuro della presenza oracolare, ma soprattutto dalla sacralità dell’á-sylon, del luogo “senza cattura”, del territorio inviolabile per gli uomini e per la giustizia terrena in cui non si potevano per questo muovere persecuzioni nè eseguire sentenze.

Appare evidente come in questo contesto la protezione del rifugiato fosse semplicemente il mezzo che consentiva l’omaggio alla divinità.

La vita umana veniva tutelata non per il suo valore intrinseco quanto per il rispetto dovuto al Nume. Era quest’ultimo ad essere il protagonista della scena, l’esclusivo titolare del potere di asilo che si estrinsecava sia nella protezione di colui che si fosse trovato nel luogo in cui il Dio aveva eletto la propria residenza terrena, sia nella condanna per sacrilegio di chiunque avesse osato applicarvi la legge degli uomini.

La qualità della persona che si trovasse a godere della salvaguardia del luogo consacrato non aveva alcuna rilevanza. Gli altari erano il simbolo del potere divino: la cattura del fuggitivo, sia esso uomo libero, schiavo, ladro, assassino o innocente, un crimine di lesa maestà.

esilio di ovidio

La Relegatio di Ovidio

L’attrazione che la cultura greca aveva per il mondo romano si manifesta anche con il recepimento dell’asilo nell’ordinamento dell’Urbe. Ma lo spirito pragmatico di Roma unito alla concezione del diritto quale forza regolatrice della società più ancora della benevolenza divina, fece sì che esso venisse applicato in modo più blando, riducendo il numero dei luoghi affrancati e privilegiando all’asilo la misura dell’esilio.

E’ opportuno evidenziare la netta distinzione tra l’esilio del periodo repubblicano (exilium) e quello dell’età augustea (relegatio in insulam).

Per un romano dell’eta classica l’esilio non costituisce una condanna, ma una scelta fatta per sottrarsi a una pena o a una disgrazia incombente. L’ exilium è un rifugio: l’exul abbandona Roma per cercare asilo presso un’altra città di cui, se verrà accolto, entrerà a far parte perdendo la cittadinanza romana.

Exilium enim non supplicium est, sed perfugium portusque supplicium

l’esilio infatti non è una punizione, ma un porto di salvezza per scampare a una punizione (In Caec. 34, 100)

All’exul inoltre veniva comminata la aqua et igni interdictio, l’interdizione dall’acqua e dal fuoco. Si tratta dei due elementi che secondo la tradizione contribuiscono più di ogni altro al buon andamento della vita: non a caso il giorno delle nozze la sposa veniva accolta sulla soglia della casa domestica dal marito che le offriva i due doni in segno della volontà di intraprendere la vita in comune. All’esiliato venivano invece sottratti oltre all’acqua che lo dissetava e al fuoco che lo scaldava anche il suolo che gli faceva da padre.

Nell’età augustea il reo non era più libero nè di optare per l’esilio nè di scegliersi il luogo in cui scontare la pena. La decisione spettava all‘Imperatore che ovviamente inviava il soggetto potenzialmente pericoloso nel posto in cui avesse nuociuto di meno.

A questa categoria appartiene il celebre esilio di Ovidio il quale non si allontanò da Roma spontaneamente ma per espressa disposizione di Ottaviano, in urto con il poeta a causa dei suoi duo crimina. Gli fu imposto il confino in una località del Mar Nero permettendogli però di conservare patrimonio e cittadinanza, circostanza questa che supporta l’interpretazione secondo cui la relegatio cessa di essere una pena vincolata alla legge, per diventare una discrezionale prerogativa imperiale.

Cum patriam amisi, tunc me periisse putato: et prior et gravior mors fuit illa mihi.

Quando ho perduto la patria, allora pensa che io sia morto: quella morte fu per me la prima, e la più crudele Tristia: III, 3, vv. 53-54

L’esilio romano va incontro ad una duplice esigenza: quella utilitaristica di eliminare dal tessuto sociale un soggetto indesiderato, e quella eticamente più apprezzabile della salvaguardia della vita umana. Nell’asilo greco l’abbiamo vista realizzata in maniera soltanto mediata attraverso l’ossequio della divinità, mentre a Roma cominciava ad essere interpretata come un valore da tutelare in via diretta, sostituendo alla esecuzione della pena capitale l’allontanamento del reo.

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Le città rifugio di Israele

Il sacro rispetto per l’essere umano che è alla base di tutta l’etica giudaica, caratterizza il diritto di asilo in vigore presso il popolo ebraico. Equità e giustizia sono beni più di ogni altro cari alla comunità semita: ne è dimostrazione che in Israele sei città erano elette a rifugio di colui che, accusato di omicidio, intendesse discolparsene asserendo di averlo commesso involontariamente.

Tale normativa permetteva al presunto assassino di sfuggire all’altrettanto legittima vendetta dei parenti della vittima, che si sarebbe comunque realizzata “consegnando l’uomo nelle mani del vindice del sangue” (Deut. 12.12; Gios. 20. 4-5) se, al termine di un processo al cospetto degli anziani della città asilante fosse stata appurata la sua colpevolezza. In caso di assoluzione l’imputato avrebbe avuto ovviamente il diritto di fare ritorno ai luoghi di origine.

Anche l’asilo ebraico muoveva da una fortissima matrice religiosa: le valutazioni e le decisioni degli uomini sono costantemente sotto il controllo dall’autorità divina. Le norme che regolano la vita terrena provengono da Dio e così l’ultimo appello è proponibile solo al sommo sacerdote, rappresentante in terra del dio dell’altare, fonte di ogni legge. Il collegamento tra Dio e sommo sacerdote era così ferreo che l’imputato avrebbe trovato il rifugio garantito nella città fino a che il capo religioso fosse rimasto in vita.

Il Signore disse a Mosè: “Parla agli Israeliti e riferisci loro: Quando avrete passato il Giordano e sarete entrati nel paese di Canaan, designerete città che siano per voi città di asilo, dove possa rifugiarsi l’omicida che avrà ucciso qualcuno involontariamente.

Queste città vi serviranno di asilo contro il vendicatore del sangue, perché l’omicida non sia messo a morte prima di comparire in giudizio dinanzi alla comunità. Delle città che darete, sei saranno dunque per voi città di asilo. . ..

Queste sei città serviranno di rifugio agli Israeliti, al forestiero e all’ospite che soggiornerà in mezzo a voi, perché vi si rifugi chiunque abbia ucciso qualcuno involontariamente.

Bibbia- Libro dei Numeri -35

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L’Aman islamico

Le avverse condizioni climatiche e i pericoli della vita nomade svilupparono presso le tribù beduine del deserto yemenita un senso di profondo attaccamento al gruppo etnico e sociale di appartenenza. Da qui l’esigenza di tutelare i valori fondanti della società e tra essi l’obbligo dell’ospitalità: violarlo avrebbe portato all’allontanamento immediato dalla comunità. Chiunque e per qualsivoglia motivo fosse entrato nella tenda di un abitante del deserto, avrebbe goduto della protezione del suo ospite e di tutta la sua famiglia.

Al di là di questa atteggiamento dettato dalla consapevolezza che l’uomo che si trova ad attraversare il deserto versa in situazione di potenziale pericolo e quindi abbisogna di aiuto, assistenza e rifugio, alla base del diritto di asilo musulmano la componente religiosa era determinate nella stessa misura di quanto si è visto per gli ordinamenti greco ed ebraico.
Numerosi erano infatti i luoghi sacri in cui era possibile richiedere ed usufruire di protezione e asilo.
Il più importante era indubbiamente quello presente alla Mecca, l’Harâm, antico luogo d’asilo della tradizione musulmana dove il viandante sarebbe stato perfettamente al sicuro qualunque fossero le motivazioni che ve lo avessero condotto.

Solo in un periodo successivo la Sharia, la legge sacra islamica, istituisce l’amân, ovvero l’obbligo di offrire protezione a chiunque la cercasse all’interno del territorio dell’Islam. In sua mancanza la vita e i beni dell’infedele non avrebbero ricevuto alcuna tutela giuridica.

L’amân poteva essere concesso direttamente da un musulmano purchè maggiorenne e sano di mente: lo straniero che lo avesse ricevuto, se entrato in territorio musulmano involontariamente o per forza maggiore, diventava inviolabile e le autorità locali dovevano garantirgli tutela e protezione assoluta per un anno. Trascorso tale periodo, il forestiero che desiderasse fermarsi ulteriormente doveva accettare di acquisire lo status di non-musulmano residente in maniera definitiva nel territorio dell’Islam.

Per lo straniero infedele che invece avesse deciso spontaneamente di entrare e soggiornare in terra islamica, L’amān doveva essere obbligatoriamente accordato da una autorità; di qui la necessità che i mercanti delle Repubbliche marinare italiane avevano nel Medioevo di procurarsi siffatti documenti, avanzandone in genere la richiesta ai sovrani musulmani della Tunisia e dell’Egitto.

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L’asilo ecclesiastico

Quando il Cristianesimo venne proclamata religione ufficiale dell’Impero romano i santuari, ma anche i monasteri, divennero a loro volta luoghi di asilo, mantenendo tale prerogativa per tutto il Medioevo.

L’Imperatore Giustiniano nel VI secolo adotta un principio, che verrà poi ripreso dalla Convenzione di Ginevra sullo status dei rifugiati: hanno diritto di asilo gli stranieri che non si siano resi colpevoli di crimini gravi nel territorio di origine, dichiarandolo invalido nei casi in cui se ne fossero serviti adulteri, rapitori di donne, assassini e esattori di imposte che avessero favorito l’evasione fiscale o che avessero intascato denaro dei contribuenti.

Le leggi imperiali riconoscevano alla Chiesa la facoltà di concedere asilo, a patto che i rifugiati dismettessero le armi e rispettassero le leggi vigenti nei luoghi di accoglienza.

L’elemento di grande novità introdotto dalla religione cristiana fu che la protezione al perseguitato non era giustificata dalla riverenza che doveva essere osservata nei confronti di Dio quanto dal fatto che l’accusato aveva diritto di trovare misericordia e perdono, creando in questo modo le premesse per una inclusione ante rem dell’asilo nell’ambito dei diritti umani.

La realtà dei fatti funzionava nel modo che qualora le autorità civili avessero arrestato un uomo in territorio consacrato, avrebbero dovuto poi valutare se il crimine contestato non rientrasse tra quelli per i quali, secondo il diritto canonico, vigeva il diritto di asilo, e, se del caso, rilasciare immediatamente il reo.

Come si intuisce, la garanzia offerta dall’asilo ecclesiastico era molto debole, visto che in caso di arresto illegittimo la reazione dei giudici religiosi poteva al massimo raggiungere la scomunica, una pena certamente rilevante per quei tempi, ma che non sempre costituiva un sufficiente deterrente all’abuso del magistrato laico.

Inoltre la concomitante giurisdizione civile e religiosa poteva diventare facile motivo di attrito tra autorità secolare e quella ecclesiastica. Dal seguente stralcio della Pastoralis Officiis di Clemente XIII si evince il lavoro delle rispettive diplomazie:

“…Dunque, da parte del Nostro carissimo figlio in Cristo Carlo Emanuele, illustre Re di
Sardegna, a Noi fu esposto che più volte allo stesso re Carlo Emanuele …, sono pervenuti lamenti a causa dei frequenti omicidi ed altri gravi delitti che in tutto questo Regno sempre più spesso vengono compiuti. Ad essi contribuiscono molto la facilità ed il vantaggio in forza dei quali delinquenti e uomini facinorosi, dopo aver commesso gravi crimini e delitti, per evitare la dovuta pena si rifugiano nelle Chiese ed in altri luoghi immuni esistenti in ogni parte del sopraddetto Regno….

Perciò il medesimo re Carlo Emanuele per eliminare e troncare totalmente
obbrobrio sì pernicioso e detestabile, desidera grandemente che con la Nostra benevolenza apostolica Ci degniamo dichiarare quali siano i crimini e i delitti a seguito dei quali i rei ed i delinquenti contro la pubblica tranquillità e sicurezza, per non sfuggire alla pena a causa dei crimini commessi, non possano avere asilo ecclesiastico…
Di qui deriva che Noi, …, dichiariamo, stabiliamo e decidiamo che nel Regno di Sardegna non devono affatto avere asilo ecclesiastico i rei e colpevoli dei crimini sotto indicati, cioè:

  • …Quelli, che avranno commesso omicidio, eccettuato che si tratti di omicidio casuale, e a propria difesa con temperamento di tutela incolpabile;
  • …Gli incendiari, cioè coloro che con dolo e di fatto metteranno, o faranno metter fuoco, o che consapevolmente daranno aiuto, e consiglio a chi mettesse fuoco a qualunque Chiesa, Luogo Sacro, o Religioso o a qualunque Casa abitabile sia tanto in Città, e Luoghi abitati, quanto fuori di essi;

Di immunità ecclesiastica invece non devono affatto godere: «Le Chiese rurali esistenti fuori delle Città, e Luoghi abitati, nelle quali non si conserva il Venerabile, eccettuate le Parrocchie, e le Chiese filiali delle medesime, nelle quali si esercita la cura delle Anime,..
Affinché queste Nostre sopraddette disposizioni raggiungano il loro effetto, imponiamo che coloro che si trovano presentemente accusati di crimini
commessi, siano trasferiti effettivamente nelle chiese e nei luoghi immuni da Noi voluti, dopo aver dichiarata, o se si preferisce implorata, ed ottenuta precedentemente, a loro vantaggio, la necessaria sicurezza dal braccio secolare.

Dato a Roma, presso Santa Maria Maggiore, sotto l’anello del Pescatore, il 21 marzo 1759, nel primo anno del Nostro Pontificato.

Nonostante il progressivo decadimento della sua efficacia dal punto di vista sostanziale, l’asilo ecclesiastico è rimasto formalmente in vigore fino alla revisione del Codice canonico del 1983.

Giuridicamente i luoghi sacri non sono più al di sopra della legge, tanto in Italia dove l’art. 5 dei Patti Lateranensi del 1929 recita comunque con formula ambigua:

“Salvo i casi di urgente necessità, la forza pubblica non potrà entrare, per l’esercizio delle sue funzioni, negli edifici aperti al culto, senza averne dato previo avviso all’autorità ecclesiastica”

quanto in altre nazioni come ad esempio in Germania, dove per antica prassi le forze dell’ordine evitano di compiere arresti in chiesa.

La lunga tradizione della sua pratica non è dunque trascorsa invano: chiese e conventi conservano il valore simbolico di luoghi di rifugio e di protezione: non per nulla i movimenti a sostegno dell’accoglienza ai migranti che operano negli Stati Uniti si chiamano ancora oggi “Sanctuary“.

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L’età moderna

Il periodo compreso tra il 1500 e il 1600 vede il progressivo decadimento della Teoria dei due Soli: le monarchie europee si emancipano gradualmente dall’Impero e dalla Chiesa, arrivando nel 1648 a costituire una comunità internazionale, sia pure in forma embrionale.

La Pace di Westfalia oltre ad essere il primo vero e proprio congresso europeo di grande portata dal punto di vista diplomatico, testimonia la possibilità di una fruttifera convivenza tra Stati che nel reciproco riconoscimento rivendicano le rispettive sovranità. Si esce dalla concezione medievale legata al centralismo imperiale ereditato da Roma, da Carlo Magno e dai sovrani germanici per passare a una più moderna coordinazione tra Stati tra loro indipendenti e formalmente eguali.

L’asilo, fino a quel momento offerto dai luoghi di culto, in seguito a questa transizione di poteri si concretizzò in modo differente: i perseguitati dalle autorità secolari, non avendo più la possibilità di sottrarsi alla legislazione laica, furono costretti a fuggire oltre i confini dello Stato d’appartenenza, creando così il presupposto al determinarsi della natura internazionale dell’Istituto.

Almeno a livello teorico si cominciava a percepire la necessità di una normativa comune il cui primo stadio non poteva che essere rappresentato dalla conclusione di seppur difficoltosi accordi bilaterali che disciplinassero la richiesta di asilo a condizioni di reciprocità.

Il Medioevo si può quindi dire concluso proprio quando agli Stati viene riconosciuta una potestà esclusiva sui territori che controllano.

La testimonianza di questo, allora anonimo trattato del 1764, è significativo del clima di cambiamento:

Dentro ai confini di un paese, non deve esservi alcun luogo indipendente dalle leggi: la forza di esse seguir deve ogni cittadino, come l’ombra segue il suo corpo. L’impunità e l’asìlo non differiscono che di più e meno; e come l’impressione della pena consiste più nella sicurezza d’incontrarla, che nella forza di essa, gli asìli invitano più ai delitti, di quello che le pene non ne allontanano.

Cesare Beccaria – Dei delitti e delle pene – 1764

Se l’asilo canonico era figlio di un sentimento di carità cristiana, l’asilo laico è il simbolo dell’identità che ogni Stato vuole darsi. La protezione accordata allo straniero era di fatto l’affermazione dell’autonomia territoriale che la moderna entità politica rivendicava: la rinnovata applicazione di una autorità che “superiorem non recognoscens“. Sintomatico è il fatto che questa forma di asilo sia caduta in desuetudine allorchè i rapporti internazionali sono venuti ispirandosi a principi di cooperazione piuttosto che di conflittualità.

Nella realtà odierna il disgregamento della contrapposizione ideologica determinatosi con la fine della guerra fredda, sembra aver fatto perdere di significato all’asilo politico: ad esso si è gradualmente sostituito l’asilo ispirato da motivi umanitari.

Questa linea di pensiero trova ulteriori conferme nell’analisi del percorso di formazione della Convenzione di Ginevra e dei periodi storici in cui vi si sono registrate le adesioni dei singoli Stati. Entro i primi dieci anni dalla sua nascita nel 1951 vi aderirono tutti gli Stati del blocco occidentale ad eccezione della Spagna che dovette attendere la fine del regime franchista. La caduta dell’egemonia sovietica consentì, a partire dal 1989, l’ingresso agli Stati dell’est Europa

L’età moderna segna dunque l’inizio del ribaltamento del rapporto tra governati e governanti. L’avvento delle dottrine giusnaturalistiche pone l’accento sulla preminenza di diritti innati degli individui quali la vita, la libertà, la proprietà, la salute.

La costruzione di uno Stato in grado di governare e di autogovernarsi anche al prezzo dell’adozione di provvedimenti autoritari, cessa gradualmente di essere il punto di partenza della riflessione sulla morale e sul diritto, per lasciare progressivamente spazio ad ordinamenti che abbiano come obbiettivo l’incremento e la salvaguardia del grado di libertà dei singoli cittadini.

Questa rivoluzione copernicana della prospettiva giuridica entrò ovviamente in palese conflitto con la consolidata idea gerarchica di una società sovranista tesa a privilegiare l’identità nazionale e la difesa dei confini.

La complicata convivenza tra il diritto all’asilo di cui è titolare l’individuo, e la prerogativa di concederlo che è invece una potestà dello Stato, è questione straordinariamente rilevante anche in tempi odierni.

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La svolta delle Rivoluzioni americana e francese

Affinchè i diritti umani, e tra essi il diritto di asilo, venissero incorporati in un documento legislativo che non fosse una mera concessione del sovrano, ma un’effettiva conquista voluta ed ottenuta da tutti gli individui, bisogna attendere il 1786 quando venne emanata la Dichiarazione di Indipendenza delle Colonie Americane; poco dopo nel 1789, in Francia, vide la luce la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino.

Un rilevante mutamento di senso al diritto di asilo lo dobbiamo quindi alla Costituzione Giacobina del 1793: il suo articolo 120 ne completa il processo di laicizzazione esaltandone il significato politico:

«Esso dà asilo agli stranieri banditi dalla loro patria per la causa della libertà. Lo rifiuta ai tiranni»

Per la prima volta che gli uomini che fuggono dai tiranni dovranno essere accolti dal popolo.

Il fatto che a poter usufruire della tutela erano solo i perseguitati per reati politici a differenza del precedente asilo territoriale che invece proteggeva anche i criminali comuni, alimenta il sospetto che il nuovo asilo, oltre che a dare attuazione ai neoproclamati principi di libertà e fraternità, potesse essere utilizzato anche come una strategia di contrasto ai sovrani assoluti dell’ancien regime.

L’evoluzione in direzione dell’asilo riconosciuto per motivi politici può inoltre essere meglio compresa se si analizza anche il mutamento delle motivazioni all’origine delle richieste di asilo.

I precedenti secoli XVI e XVII avevano infatti visto gli esuli fuggire soprattutto dalle persecuzioni religiose:

  • è il caso degli Ugonotti, francesi di religione calvinista che trovarono riparo in Germania in Olanda ma anche in Inghilterra e soprattutto nelle sue colonie nordamericane, oggi diventate gli Stati di New York e di New Jersey;
  • oppure degli Ebrei che a scadenze regolari furono oggetto di provvedimenti di espulsione in mezza Europa;
  • ma anche dei Cattolici irlandesi che in massa si spostarono nel nuovo mondo.

L’Ottocento è invece caratterizzato in Occidente da conflitti legati alle rivoluzioni democratiche e nazionali che determinarono l’aumento rilevante del numero dei rifugiati politici. Basti pensare:

  • agli esiti del Congresso di Vienna (giugno 1815) e alla conseguente Restaurazione delle monarchie detronizzate da Napoleone;
  • alla durissima repressione di qualsiasi tentativo rivoluzionario tramite un patto di “Santa Alleanza” tra Russia,Austria e Prussia (settembre 1815);
  • alle rivoluzioni liberali europee del 1820-21 (Spagna, Italia, Grecia), 1830-31 (Francia, Belgio, Germania, Polonia, Italia), 1848-49 (Francia, Ungheria, Austria, Germania, Italia).

Solo in Francia si assistette ad un tentativo di monitoraggio degli spostamenti dei profughi attraverso il rilascio di un documento che ne identificava lo status, e che comunque dava anche diritto di usufruire degli aiuti che lo Stato metteva a disposizione. Negli altri Paesi e sopratutto in Inghilterra l’accesso e la permanenza erano praticamente fuori da ogni controllo ma anche da ogni forma di assistenza.

Non era estraneo a quest’ultimo atteggiamento Il principio liberale tipico della concezione mercantilista, secondo la quale un incremento della demografia veniva ritenuto fattore positivo per la crescita economica di un Paese.

NANSEN

Il Passaporto di Nansen

I trattati di pace successivi alla Grande Guerra ridisegnarono completamente l’assetto dello scacchiere europeo. Sfollati e profughi bisognosi di assistenza non furono generati solo dalle distruzioni belliche ma anche da discutibili decisioni geopolitiche che nel decretare la fine dei grandi imperi tedesco, austro ungarico e ottomano, ritracciarono con una radicalità mai vista prima i confini europei. Milioni di persone si trovarono a vivere in Stati in cui non si riconoscevano e dove, a loro volta, erano ospiti mal tollerati.

Espressione di questo nuovo ordine mondiale sono le questioni relative:

  • al milione e mezzo di profughi della Rivoluzione Russa;
  • agli altrettanti di etnia greca che dovettero lasciare l’Asia Minore per la Grecia a causa della guerra greco turca del 1922, mentre furono quasi mezzo milione i Turchi obbligati al cammino inverso;
  • alle vicende successive al trattato di Sevres del 1920 che pose fine alle ostilità tra Alleati e Impero ottomano (che a breve diverrà Repubblica di Turchia) ma che divise di fatto gli Armeni, già duramente provati dal genocidio di mano turca;
  • al trattato di Losanna del 1922 che negò l’indipendenza dei Curdi che si trovarono a risiedere senza scelta tra Iran, l’Iraq, la Siria, la Turchia e le regioni sud-occidentali dell’Unione Sovietica.

Il trend liberale che abbiamo visto caratterizzare le politiche migratorie dell’Ottocento subì allora una svolta restrittiva, che trovò fondamento su un principio caro alla dottrina internazionalistica, secondo cui lo Stato nell’esercizio della sua sovranità ha il diritto in ogni circostanza di vietare l’accesso a qualsiasi cittadino straniero, così come quello di espellere coloro che già risiedono sul suo territorio.

Un tentativo di risposta venne dalla creazione della Società delle Nazioni, primo ente internazionale con l’obiettivo di tutelare la pace e di dare impulso alle relazioni tra gli Stati.

Sotto la pressione di Stati Uniti e del Comitato Internazionale della Croce Rossa, la Società delle Nazioni istituì la figura dell’Alto Commissario per i Rifugiati, un Ufficio preposto all’assistenza e alla protezione dei rifugiati e degli sfollati, compiti che in precedenza erano esclusivamente ad appannaggio di organismi umanitari, primo fra tutti la Lega della Società delle Croce Rossa.

Il primo incarico fu assegnato al norvegese Fridjof Nansen, premio Nobel per la pace nel 1922. A lui fu affidato il compito di organizzare il rimpatrio dei 450.000 prigionieri dei campi di concentramento in Russia.

Andavano poi gestiti i milioni di sfollati della guerra mondiale, delle guerre balcaniche, di quelle greco-turche, della controrivoluzione russa, della guerra russo-polacca. Mentre i fronti avanzavano o arretravano, i civili venivano cacciati perdendo in molti casi anche i diritti di cittadinanza.

E’ il caso dei profughi armeni rifugiatisi in Europa dopo il genocidio del 1915, ai quali la Turchia confiscò i beni e rifiutò lo status di fuoriusciti trasformandoli in una comunità di apolidi senza diritti. In analoga situazione vennero a trovarsi i Greci di Turchia e i Turchi di Grecia all’indomani dello scoppio del conflitto tra i due Stati.

Nansen intuì che uno dei maggiori problemi dei rifugiati consisteva nella mancanza di documenti che ne riconoscessero l’identità a livello internazionale. La soluzione da lui adottata, che divenne poi nota come “Passaporto Nansen”, costituì il primo strumento legale volto alla protezione dei profughi.

Il “Passaporto di Nansen” aveva sia la funzione di documento d’identità che quella di lasciapassare internazionale per rifugiati e apolidi: consentì la libertà di circolazione e il rientro nella legalità a chi si trovava fuori dal suo paese di origine. Significò il ritorno alla vita per circa 450.000 persone che Nansen riuscì a collocare in 45 nazioni diverse, scalfendo la prerogativa degli Stati di controllare in maniera assoluta e sovrana il flusso di stranieri in entrata e in uscita. Tra gli altri, usufruirono del passaporto Aristotele Onassis, Marc Chagall e Igor Stravinskij

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Il “Diritto di Ginevra”

La deflagrazione del secondo conflitto mondiale decretò di fatto l’estinzione della Società delle Nazioni e delle sue emanazioni a tutela dei rifugiati. Oggi si può affermare senza tema di smentita che essa fallì il suo obbiettivo principale; tuttavia gli si deve riconoscere il merito di essere stato il primo organismo internazionale istituito non per costruire alleanze militari nè per concludere accordi di carattere commerciale, bensì per affrontare problematiche di carattere umanitario da risolvere non più sulla base dei vigenti rapporti di forza, ma attraverso un sistema di paritari accordi multilaterali.

La seconda guerra mondiale produsse un numero di profughi calcolato intorno alle venti milioni di unità, equamente divisi tra chi cercava scampo dalla guerra e coloro che invece lasciarono i paesi di origine a pace avvenuta per timore di persecuzioni e ritorsioni politiche.

La varietà degli interventi che la comunità internazionale fu chiamata a predisporre a seconda delle diverse situazioni rese necessaria la formulazione di nuove categorie semantiche per dare significato alle differenti condizioni di chi fugge:

  • gli sfollati non oltrepassano un confine internazionale e per cui rimangono soggetti alle leggi del proprio Stato
  • a differenza dei profughi che invece lasciano il proprio Paese.
  • Il termine rifugiato dovrà invece attendere la Convenzione di Ginevra del 1951 per ricevere una definizione precisa.

la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (Parigi 10-12-1948) segna l’avvio di un cammino normativo volto a promuovere e tutelare il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali, con riferimento anche alla tutela degli stranieri e dei rifugiati.

Essa si posiziona nel solco tracciato dai Bill of rights della Guerra di Indipendenza americana apposti alla Costituzione degli Stati Uniti nel 1791, e dalla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, redatta dal Marchese La Fayette, approvata dall’Assemblea costituente francese nel 1789 e anch’essa premessa alla Costituzione del 1791.

L’art. 14, in particolare, conferisce natura universale al diritto di asilo:

Ogni individuo ha il diritto di cercare e di godere in altri paesi asilo dalle persecuzioni”

Il 14 dicembre del 1950 l’Assemblea delle Nazioni Unite deliberò l’istituzione dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati – United Nation High Commissioner for Refugees.

Il mandato originario prevedeva un programma di tre anni destinato ad aiutare i fuoriusciti della Seconda Guerra Mondiale. Ma dal momento che nei decenni successivi gli esodi si susseguirono senza soluzione di continuità e su scala mondiale, l’Agenzia si vide regolarmente rinnovare l’incarico finchè nel 2003 l’ONU decise di abolire la scadenza triennale rendendo di fatto l’UNHCR un organo permanente.

Il 12 agosto 1949 vennero firmate a Ginevra quattro Convenzioni contenenti norme contro i crimini di guerra e le forme di intervento nei confronti di tutti coloro che, in quanto vittime o prigionieri, non partecipano o hanno cessato di partecipare ad un conflitto armato.

Gli accordi, integrati negli anni successivi da tre protocolli d’intesa, costituiscono la base del Diritto Internazionale Umanitario, noto anche come “Il Diritto di Ginevra”

CONVENZIONI DI GINEVRA

  1. Convenzione per migliorare la sorte dei feriti e dei malati delle forze armate in campagna
  2. Convenzione per migliorare la sorte dei feriti, dei malati e dei naufraghi delle forze armate di mare
  3. Convenzione relativa al trattamento dei prigionieri di guerra
  4. Convenzione per la protezione delle persone civili in tempo di guerra

PROTOCOLLI AGGIUNTIVI DELLA CONVENZIONE DI GINEVRA

  1. Protocollo aggiuntivo relativo alla protezione delle vittime dei conflitti armati internazionali
  2. Protocollo aggiuntivo relativo alla protezione delle vittime dei conflitti armati non internazionali
  3. Protocollo aggiuntivo relativo all’adozione di un segno distintivo addizionale

La Convenzione di Ginevra relativa allo statuto dei rifugiati

Questi documenti costituirono un substrato oltremodo fertile per l’inizio dei lavori preparatori della successiva e fondamentale Convenzione, redatta anch’essa a Ginevra, il cui testo definitivo vide la luce il 28 luglio 1951. Obbiettivo dei 46 articoli che la compongono era di dare risposta alle questioni, fino a quel momento controverse, riguardanti lo status del rifugiato.

Agli studiosi del Diritto internazionale piace affermare che all’interno della Convenzione relativa allo statuto dei rifugiati battono due cuori:

il primo riguarda la volontà di costruire una definizione di rifugiato in cui tutto il mondo potesse riconoscersi, allo scopo di individuare chi debba godere della protezione internazionale, specificando altresì i doveri in carico tanto ai Paesi ospitanti quanto ai richiedenti asilo.

Il disposto dell’art. 1A(2) del testo finale ottempera a tale esigenza, attribuendo la qualità di rifugiato a colui che:

“Temendo a ragione di essere perseguitato per ragioni di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un particolare gruppo sociale o per opinioni politiche, si trova fuori dal paese della sua cittadinanza e non può, o per tale paura non vuole avvalersi della protezione di questo paese; o, non avendo una cittadinanza ed essendo fuori del paese della sua residenza abituale a causa di questi eventi, non può, o per paura non vuole ritornarvi.”

Dalla lettura del testo di legge si ricavano con chiarezza gli elementi costitutivi che fanno scattare la tutela:

  1. un “ben fondato timore di persecuzione”;
  2. il timore deve scaturire da motivi di razza, religione, nazionalità, opinione politica, appartenenza a un determinato gruppo sociale;
  3. il trovarsi al di fuori dei confini dello Stato di nazionalità o di residenza abituale;
  4. l’impossibilità pratica di potersi avvalere della protezione del proprio Stato

Il secondo cuore della Convenzione di Ginevra del 1951 è rappresentato dal divieto di respingimento noto anche come il principio di non-refoulement, sancito dall’articolo 33 che al paragrafo 1 recita:

“Nessuno Stato contraente può espellere o respingere in qualunque maniera, un rifugiato alla frontiera dei territori in cui la sua vita o la sua libertà sarebbe minacciata a causa della sua razza, della sua religione, della sua nazionalità, della sua appartenenza a un certo gruppo sociale o delle sue opinioni politiche.”

Nessun soggetto richiedente asilo può esser respinto verso le frontiere di un Paese in cui rischierebbe di subire persecuzione a motivo di una delle cinque circostanze indicate al punto 2, senza aver prima accertato la mancanza dei requisiti che lo eleverebbero allo status di rifugiato.

straniero

I lati oscuri della Convenzione di Ginevra sui rifugiati

Nonostante il generale apprezzamento che fece seguito alla sua approvazione, la Convenzione di Ginevra sul rifugiato presenta alcuni lati indubbiamente oscuri. Uno dei principali riguarda il contenuto di quella parte in cui il riconoscimento dello status di rifugiato è assoggettato a limitazioni di tempo e di spazio.

Secondo detti limiti la definizione di rifugiato poteva essere applicata solamente a quei soggetti le cui ragioni di persecuzione e fuga siano antecedenti al 1°gennaio 1951, e siano avvenuti in Europa.

Agli effetti della presente Convenzione, possono essere considerati “avvenimenti anteriori al I gennaio 1951” nel senso dell’articolo 1, sezione A:
a)”avvenimenti accaduti anteriormente al 1° gennaio 1951 in Europa”;
b)”avvenimenti accaduti anteriormente al 1° gennaio 1951 in Europa o altrove”. Ciascuno Stato Contraente, all’atto della firma, della ratificazione o dell’accessione, farà una dichiarazione circa l’estensione che esso intende attribuire a tale espressione per quanto riguarda gli obblighi da esso assunti in virtù della presente Convenzione.

La genesi delle norme indicate alle lettere a) e b) merita una attenta riflessione.

Durante i lavori preparatori della Conferenza di Ginevra, la Francia fu la prima a proporre un emendamento al testo dell’art. 1, nel quale si richiedeva di aggiungerein Europa”. Tre giorni più tardi, il delegato della Santa Sede si pronunciò sulla questione chiedendo invece l’estensione dell’ambito territoriale oltre i confini europei. Verso il terminare della Conferenza, il Regno Unito avanzò una proposta di sintesi dei due emendamenti che poi venne sostanzialmente accettata dal comitato composto dai rappresentanti di Belgio, Canada, Santa Sede e Regno Unito e che costituisce il contenuto della lettera b).

In buona sostanza, ferma restando l’obbligatorietà di protezione in conseguenza di eventi accaduti in Europa, la lettera b) accordava a ciascuno Stato la discrezionalità di estenderla altrove dichiarando, al momento dell’adesione, l’estensione territoriale che intende attribuire alla tutela. Si verrebbe quindi a creare a fianco di una garanzia espressa in via diretta dalla Convenzione, una protezione sussidiaria, discrezionale e dipendente quindi dall’entità della componente umanitaria che il singolo Stato aderente decidesse di mettere a disposizione.

L’evidente obbiettivo di ridurre l’ambito di sostegno ai rifugiati incarnato dalla proposta francese, risponde a un timore diffuso nei rappresentanti degli Stati presenti alla Conferenza che, letto alla luce delle attuali vicende, assume le sembianze di una sinistra premonizione.

La sensazione che siano gli Stati ospitanti ad essere perseguitati dai richiedenti asilo e che debbano quindi essere adottate misure tese a ridurne gli ingressi, strisciava persino nelle coscienze politiche dei delegati di una delle conferenze più “umanitarie” di sempre.

I limiti espressi dall’articolo 1 lett. b) della Convenzione mostrarono ben presto la loro inadeguatezza.

In ambito europeo ricordiamo l’anno 1956 per episodi come la rivolta di Poznan in Polonia che in breve tempo si propagò in Ungheria e il 1968 per l’occupazione sovietica di Praga. Ma in tutto il mondo si registrarono, ben oltre la fatidica data del 1 gennaio 1951, cambiamenti politici e territoriali che generarono massicce ondate migratorie riproponendo impellente il problema di sfollati, profughi e rifugiati.

Faccio riferimento soprattutto:

  • alla divisione del subcontinente indiano da cui nacquero l’India a maggioranza induista e il Pakistan a prevalenza musulmana;
  • alla spartizione della Corea in due Stati, uno a influenza americana e l’altro sovietica;
  • alla creazione del Vietnam del Nord e di quello del Sud;
  • alla famosa Risoluzione 181 dell’ONU che avrebbe proposto la nascita in Palestina di due Stati indipendenti uno arabo e l’altro ebraico.
  • al massiccio processo di decolonizzazione avvenuto a cavallo degli anni ’60
  • alle dittature militari nei Paesi sudamericani che durarono fino agli anni ottanta.

L’esigenza di estendere ai nuovi bisognosi la protezione prevista dalla Convenzione di Ginevra del 1951 si fece sempre più pressante.

Fu così che il 31 gennaio del 1967 a New York fu approvato un Protocollo che integra e amplia l’applicabilità del diritto d’asilo, eliminando di fatto le restrizioni territoriali e temporali incriminate e portando il testo della Convenzione al livello di efficacia odierno

“Considerando che nuove categorie di rifugiati si sono formate dopo che la Convenzione è stata adottata e quindi questi rifugiati potrebbero non beneficiare della Convenzione, considerando che è desiderabile che un eguale status sia riconosciuto a tutti i rifugiati ricompresi nella Convenzione senza tener conto della data limite del 1° gennaio 1951.”

Protocollo relativo alla status di rifugiato (1967) – Premessa

La definizione di rifugiato viene poi ulteriormente ampliata nel decennio successivo al Protocollo, Nel 1993, la Dichiarazione di Vienna e il Programma d’azione a conclusione della Seconda Conferenza Mondiale delle Nazioni Unite sui Diritti Umani afferma che

“ognuno, senza alcuna distinzione, ha il diritto di cercare protezione e godere del diritto di asilo in altri paesi in caso di persecuzioni, così come di tornare nel proprio paese.”‑

Nonostante il sensibile miglioramento apportato dal Protocollo del 1967, l’apparato normativo della Convenzione presenta una ulteriore falla rappresentata dalla mancata previsione di strumenti di tutela per coloro che, senza essere perseguitati a titolo personale, si trovino ugualmente costretti a fuggire dal proprio paese a causa di guerre e violenze generalizzate, che ne avrebbero altrimenti messo in pericolo la vita.

L’aspetto più inquietante della vicenda non riguarda tanto l’omissione appena indicata, quanto il fatto che i plenipotenziari riunitisi a Ginevra erano stati caldamente invitati a tener conto della definizione di rifugiato che il Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite aveva prodotto pochi giorni prima e il cui contenuto era stato integralmente recepito anche dallo Statuto dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UHCR), istituito, come si è detto poc’anzi, nel 1950.

Recommend to governments participating in the conference to take into consideration the draft Convention submitted by the Economic and Social Council and, in particular, the text of the definition of the term “refugee” as set forth in the annex hereto»,

I delegati di Ginevra si impegnarono affinchè lo Statuto dell’UHCR diventasse il punto di partenza dei loro lavori al punto tale che essi fecero proprie quasi completamente le motivazioni che, secondo quel documento, avrebbero determinato il costituirsi del diritto del rifugiato alla protezione.

Il “quasi” lo si deve al fatto che mentre lo Statuto prevedeva tra le suddette motivazioni anche: “qualsiasi altra ragione purchè diversa dalla convenienza personale (or for reasons other than personal convenience)”, queste parole sono le uniche a non comparire nel testo della Convenzione.

Si tratta in effetti di un’espressione molto generica che forse avrebbe ampliato oltre misura il numero dei soggetti legittimati alla protezione internazionale, ma che avrebbe sicuramente permesso ai fuggiaschi dalle emergenze umanitarie di trovare maggiore tutela.
La categoria che sarebbe rimasta esclusa in ogni caso, è quella dei migranti economici. Essendo costoro individui che lasciano il proprio paese non per emergenza, ma semplicemente in cerca di condizioni economiche migliori, rientrano in quella definizione di ragioni di “convenienza personale” per le quali il testo UNHCR esclude la validità ai fini dell’asilo.

Conclusione

Mi piace terminare questo mio intervento riprendendo la sottolineatura che ho proposto all’inizio della trattazione:

le ricorrenti polemiche sulla gestione dei flussi migratori poco o nulla hanno a che fare con l’istituto dell’asilo.

Esso è invece legato a doppio filo al grado di intensità delle relazioni internazionali e delle ideologie nazionaliste e sovraniste che attraversano i singoli Stati.

Quanto più lo scenario internazionale è omogeneo, privo di rilevanti contrasti e comunque caratterizzato da governi inclini al dialogo, tanto più i singoli Stati saranno disposti a rinunciare ad una parte della propria sovranità: il risultato sarà un diritto di asilo caratterizzato da una forte componente umanitaria e improntato al rispetto dei diritti umani.

Viceversa, nella malaugurata ipotesi di rigurgito dei totalitarismi e di un raffreddamento della cooperazione tra Stati, l’asilo sarà l’occasione per ciascuno di affermare la propria identità rispetto e contro quella di un altro.

Pertanto:

  1. non è in discussione la sopravvivenza del diritto di asilo, bensi la sua natura (anche se le diverse sensibilità dei governanti potrebbero dar luogo ad un interpretazione più o meno restrittive della norma. cfr qui) ;
  2. in presenza di relazioni internazionali turbolente, come ad esempio quelle che caratterizzarono lo scenario mondiale fino al secondo dopoguerra, gli Stati interpretarono il diritto di proteggere gli stranieri come segno dell’insindacabile autorità che essi esercitavano sul suolo patrio: da qui il concetto di asilo territoriale che è ulteriormente confermato dalla ben nota eccezione costituita dalla extraterritorialità delle ambasciate e dei consolati, all’interno dei quali lo Stato ospitante non dispone di alcuna autorità.
  3. la spinta propulsiva della Convenzione di Ginevra, che si è andata intensificando con la progressiva riappacificazione successiva alla fine del secondo conflitto mondiale e allo stemperamento della guerra fredda, ha ridimensionato l’asilo quale espressione di sovranità per rivalutarne l’aspetto umanitario. Si protegge lo straniero non in quanto cittadino di un Stato potenzialmente ostile ma in quando essere umano: l’asilo assurge al rango quindi di autonomo diritto individuale.

2 pensieri su “La natura dell’asilo tra fede religiosa, autorità statuale e diritti umani

  1. Ripercorrere la storia dell’istituto dell’asilo è veramente utile a dare un significato preciso a parole e definizioni (asilo politico,asilo umanitario,rifugiato,richiedente asilo..) di cui la maggior parte di noi si riempie la bocca,senza grande cognizione di causa.Con la migliore conoscenza cadrebbero molti proclami ideologici e tanti non diffonderebbero fake news che aumentano confusione e timori di invasione nonchè perdita dell’identità culturale!!Nel mio “piccolissimo” faccio tesoro del frutto di cotanto prezioso lavoro di diffusione della conoscenza e mi getto come una pietra nel guado,sperando di essere un appoggio per chi come me,tenta ogni giorno di passare oltre al fiume dell’ignoranza.Con tutto ciò sperando di riuscire a dare un aiuto effettivo a chi lo cerca presso di noi,nel rispetto della legalità,dell’umanità e delle risorse necessarie e disponibili.

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