Lo scioglimento delle camere

E’ noto come la Legislatura parlamentare non possa superare la durata di cinque anni, a parte l’infausta eccezione dello stato di guerra, che ne autorizzerebbe la proroga.

La scadenza naturale obbliga il Presidente della Repubblica ad esercitare il potere di scioglimento delle Camere che, come è facile intuire, configurerebbe un atto talmente scontato e dovuto che i mezzi di informazione ne riporterebbero la notizia solo per assolvere ad un puro dovere di cronaca.

La decisione di porre anticipatamente fine alla Legislatura ha invece una ben diversa portata mediatica, in quanto è preceduta quasi sempre da un altro avvenimento di grande rilevanza come le dimissioni del Presidente del Consiglio e, inoltre, è di per se sintomo di una anomalia dei meccanismi regolatori della Repubblica parlamentare.

Entrambe le situazioni sono comunque disciplinate e incardinate negli articoli 88 e 89 della Costituzione.

Articolo 88. Il Presidente della Repubblica può, sentiti i loro Presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse. Non può esercitare tale facoltà negli ultimi sei mesi del suo mandato, salvo che essi coincidano in tutto o in parte con gli ultimi sei mesi della legislatura.

Articolo 89. Nessun atto del Presidente della Repubblica è valido se non è controfirmato dai ministri proponenti, che ne assumono la responsabilità. Gli atti che hanno valore legislativo [cfr. artt. 76, 77 ] e gli altri indicati dalla legge sono controfirmati anche dal Presidente del Consiglio dei Ministri.

luigi-xiv.jpg

Le origini

Come buona parte delle funzioni presidenziali, anche il potere di scioglimento delle Camere affonda le sue radici in epoca monarchica quando i Parlamenti erano assemblee non elette, formate da notabili, feudatari e alti prelati che ne facevano parte di diritto o in quanto nominati dal Re, di solito molto ben disposti nei confronti della Corona.

Si trattava abbastanza spesso di organi neanche permanenti, che venivano convocati dal re in caso di suo bisogno, in genere alla vigilia delle guerre per reperire le risorse necessarie. Duravano quanto il sovrano riteneva opportuno dopo di che ciascuno tornava nella propria sede.

Le sedute avevano come unico scopo quello di ratificare le norme giuridiche che il re enunciava e che, in conseguenza della sua legittimazione divina erano considerate preesistenti ad esso. Il Diritto non era dunque “prodotto” ma semplicemente “dichiarato”: non era la persona del sovrano a legiferare, men che meno ovviamente l’assemblea da lui riunita, ma Dio stesso, la cui volontà veniva esternata dal monarca in quanto “unto” dal Signore.

Le moderne assemblee parlamentari hanno ben diversa legittimazione e funzione; eppure il potere di scioglimento non è decaduto con la fine delle monarchie, bensì confluito tra le attribuzioni formali e in alcuni casi anche sostanziali dei Capi di Stato repubblicani.

Ho avuto modo in altre circostanze di precisare come il Legislatore costituente non ha voluto ingabbiare le funzioni presidenziali in una fitta rete normativa: lo scopo era quello di assicurare ampi margini di manovra alla funzione di garanzia del Quirinale, mettendo contemporaneamente in risalto la neutralità che ne caratterizza la figura. Per opportuni chiarimenti leggi qui

Questa elasticità investe anche il potere di scioglimento, ed ha determinato il sorgere di un ampio dibattito sul modo in cui il Capo dello Stato possa esercitarlo senza uscire dai confini della legalità costituzionale.

Gli interrogativi sui quali si è maggiormente discusso sono:

  1. Spetta esclusivamente al Presidente della Repubblica decidere sullo scioglimento delle Camere?
  2. Quali condizioni ne legittimano, eventualmente, l’esercizio?

controfirma

La controfirma ministeriale

I dubbi sulla prima questione nascono dal combinato disposto degli artt. 88 e 89 Cost. sopra riportati. In particolare l’articolo 89 introduce l’istituto della controfirma ministeriale.

Si tratta dell’ennesima conferma che il Presidente della Repubblica, per quanto titolare di rilevanti prerogative, non è un governante. Per questo motivo ogni atto presidenziale deve essere corredato della controfirma di un ministro e in alcune ipotesi da quella del Presidente del Consiglio. Un approfondimento sull’istituto della controfirma ministeriale lo si può leggere qui

Così legiferando il Costituente ha voluto ribadire che le decisioni del Quirinale non hanno natura politica e che la relativa responsabilità ricade sul Governo, ma contemporaneamente ha lasciato aperta ad interpretazione la questione su chi debba essere il decisore effettivo dello scioglimento.

In altre parole:

  • E’ la controfirma del ministro ad essere un puro atto formale e dovuto, che di conseguenza affida al Capo dello Stato l’unica parola che conta sulla conclusione della Legislatura?
  • oppure è il Presidente della Repubblica che deve senz’altro dare seguito alla volontà dell’Esecutivo provvedendo in perfetta subordinazione allo scioglimento della Camere?

E ancora più semplicemente:

  • Fino a che punto sarebbe fondata l’indignazione della pubblica opinione di fronte ad un Presidente della Repubblica che intenda risolvere la crisi senza tener conto della volontà del governo?
  • Oppure: quanto potrebbe essere accusato di partigianeria il Presidente che rinunci alla sua prerogativa lasciando carta bianca al volere dell’Esecutivo?
  • E ancora: se la decisione di porre fine alla Legislatura non fosse ben accetta dal Governo, potrebbe questi rifiutarsi di apporre la controfirma?

Si pensi al caso di una crisi di governo apertasi all’indomani di una inchiesta della Magistratura che vede coinvolti esponenti della maggioranza; oppure dopo elezioni amministrative – ad esempio quelle per il rinnovo dei consigli regionali – che abbiano visto l’avanzata dei partiti che nel Parlamento si trovano all’opposizione.

E’ evidente che la scelta del Presidente della Repubblica di indire elezioni anticipate piuttosto che dare il via alle consultazioni per la nomina del nuovo Governo, andrebbe a tutto vantaggio di una parte politica, ma sarebbe molto contrastata da quella che invece vedrebbe presumibilmente diminuire il numero dei suoi seggi parlamentari, che per questo motivo preferirebbe la prosecuzione della Legislatura.

chi decide lo scioglimento delle camere

Chi decide lo scioglimento anticipato delle Camere?

Le posizioni al riguardo per quanto numerose possono essere così sintetizzate.

  1. una parte della dottrina ritiene che tale potere sia formalmente e sostanzialmente presidenziale, e che pertanto il Costituente abbia inteso così assegnare al Presidente della Repubblica un ruolo di assoluta preminenza, per cui la controfirma dovrebbe solo servire a confermare la legittimità del provvedimento e quindi la sussistenza delle condizioni che autorizzano la scelta del Presidente. (P. BARILE, I poteri del Presidente della Repubblica, in «Rivista trimestrale di diritto pubblico», 1958, a. VIII, fasc. 2, pp. 332 ss). Tuttavia anche questi aperti sostenitori di un Presidente fortemente interventista e direi quasi regnante, concordano sul fatto che il potere di scioglimento non possa costituire uno strumento a disposizione del Capo dello Stato per imporre una sua propria linea politica. Se la controfirma trasferisce sul Governo il peso del provvedimento presidenziale direi che sia quasi inevitabile che essa non possa essere considerata un puro atto di ossequio al primo cittadino, ma che invece testimoni un chiaro consenso anche sul merito della scelta. Semplificando: apponendo la controfirma il premier condivide l’operato del Presidente della Repubblica e di riflesso se ne assume consapevolmente la responsabilità politica.
  2. Un’altra corrente, parimenti autorevole, considera tale potere come sostanzialmente governativo, ritenendo lo scioglimento subordinato al consenso del Governo od alla sua iniziativa. (A. BARBERA, Tendenze nello scioglimento delle Assemblee parlamentari, in «Associazione per gli studi e le ricerche parlamentari», Quaderno n. 7, Giappichelli, Torino, 1997)
  3. Salomonicamente, un’altra parte lo ritiene in alcuni casi presidenziale, in altri governativo: rimane di competenza del Governo nei casi di ordinaria amministrazione, ma in situazioni di crisi di sistema diviene prerogativa del Presidente della Repubblica (C. ESPOSITO, Controfirma ministeriale, in «Enciclopedia del Diritto», X, Giuffrè, Milano, 1962, pp. 294 ss.)
  4. La tesi più convincente è quella che configura lo scioglimento come atto complesso, risultato di una fusione di volontà dotate della stessa forza. In questo modo si evita, da un lato, che il Presidente possa utilizzare simile potere in maniera arbitraria e personale, dall’altro, che il Primo Ministro e il Governo possano ricorrervi indiscriminatamente contro l’opposizione o il volere della maggioranza parlamentare. Si tratta di una ulteriore testimonianza del sistema di pesi e contrappesi che caratterizza il nostro assetto costituzionale: la delicatezza della decisione da adottare richiede un meccanismo di controllo sull’operato del decisore (Cfr. L. PEGORARO, A. REPOSO, A. RINELLA, R. SCARCIGLIA, M. VOLPI, Diritto costituzionale e pubblico, Giappichelli, Torino, 2005, cit., pp. 323 ss.)

perchc3a8-sciogliere-il-parlamento.jpg

Perchè sciogliere il Parlamento

Venendo ora al secondo punto controverso, concernente quali siano le condizioni che giustifichino il ricorso allo scioglimento anticipato, l’unica che ritengo realmente legittimante è quella di una situazione interna alle Camere tale da non consentire nè al Governo in carica nè al suo eventuale sostituto di essere sorretto da una maggioranza parlamentare.

Analoga argomentazione potrebbe essere sostenuta anche nel caso di un mutamento radicale della situazione politica che altera in maniera indiscutibile il legame fra corpo elettorale e Parlamento: ritorno a citare l’esempio del risultato di elezioni amministrative o di referendum che, pur non potendo incidere direttamente sulla composizione delle Camere, evidenzi un netto scollamento tra le indicazioni dell’elettorato e la linea politica fino a quel momento messa in atto dalla maggioranza parlamentare in carica.

Fermo restando questo presupposto basilare, il racconto delle vicende politiche italiane conferma quanto siano differenti tra loro le risposte che la prassi costituzionale ha fornito alla domanda su chi spetti decidere dello scioglimento del Parlamento.

Per quanto i giuristi abbiano a larga maggioranza sottolineato che si tratta di un atto complesso che prevede quindi l’intervento di più soggetti, i fatti hanno evidenziato come Presidente della Repubblica, Presidente del Consiglio e partiti politici si sono alternati in questa responsabilità con peso specifico molto diverso, in qualche occasione rasentando addirittura l’esclusività.

quelle-volte-che-una-storia-finisce.jpg

Quelle volte che la fiducia finisce

Nella storia repubblicana lo scioglimento anticipato è stato decretato undici volte per la Camera dei Deputati e nove per il Senato. Riporto di seguito quelle che, a vario titolo, hanno secondo me apportato elementi di novità nella prassi costituzionale.

  • Il primo si è verificato il 4 aprile 1953, sotto la presidenza di Luigi Einaudi. All’epoca la Costituzione prevedeva una durata diversa per le due Camere: sei anni per il Senato, che venne sciolto quindi con un anno di anticipo, e cinque per la Camera dei deputati che vide il termine della sua Legislatura una sola settimana prima della scadenza naturale. Questa differente scansione temporale dava maggior significato alla facoltà della Presidenza della Repubblica di sciogliere anche uno solo dei rami del Parlamento: possibilità questa che è rimasta a tutt’oggi inalterata nonostante le Camere siano pressochè paritarie, a parte la base regionale che ancora contraddistingue l’elezione dei senatori.
  • Giovanni Leone firmò due decreti di scioglimento. Quello del 1972 riproduce una delle classiche ipotesi indicate dalla dottrina, ovvero l’impossibilità di dar vita a maggioranza di governo. Una delle principali cause va ricercata nella campagna elettorale in preparazione al Referendum abrogativo della legge che introduceva il divorzio nel nostro ordinamento, che mise in discussione alleanze che parevano consolidate. Quello appena citato inaugurerà la stagione degli scioglimenti in cui la fine della Legislatura scaturisce in sostanza dall’accordo dei partiti politici evidentemente più preoccupati delle future elezioni che non del buon governo del Paese.
  • Lo scioglimento del 1976 fa emergere il sostanziale svilimento dei poteri presidenziali: l’atteggiamento tenuto da Leone, dimostra l’intento di rendersi estraneo al processo che portò alla fine della Legislatura, maturato , come il precedente, all’interno delle forze politiche. Egli avrebbe solamente preso atto, alla stregua di un notaio del volere dei partiti, escludendosi dunque da qualsiasi coinvolgimento.
  • Il 1979 conferma in maniera chiara ed incontrovertibile lo strapotere dei partiti. La caduta parlamentare non potè essere scongiurata neppure dal carisma di un Presidente come Sandro Pertini che, profondamente contrario ad una cessazione anticipata della Legislatura, si differenziò comunque dai suoi predecessori che accettarono più o meno passivamente di subire lo scioglimento quale adempimento sostanzialmente imposto dal sistema partitico.
  • Una netta inversione di tendenza è evidenziata dallo scioglimento del 1994, il primo per il quale il Capo dello Stato se ne assunse la piena responsabilità, illustrandone i motivi in una lettera indirizzata ai Presidenti delle Camere. L’antefatto risale all’estate del 1993 quando venne approvata la nuova legge elettorale, per ¾ uninominale maggioritaria e per ¼ proporzionale, nel rispetto dell’esito del Referendum promosso da Mariotto Segni: si trattava del cosiddetto «Mattarellum». La causa scatenante fu il profondo malessere dell’opinione pubblica a fronte degli scandali che il termine “Tangentopoli” ha consegnato alla storia. La conclusione fu che il Presidente Oscar Luigi Scalfaro sciolse le Camere, pur riconoscendo che non era in corso alcuna crisi di governo .

Il caso evidenzia la chiara impronta presidenzialista in cui la volontà di scioglimento è unica, riconducibile al solo Capo dello Stato, e che il Presidente del Consiglio ha assecondato in maniera quasi automatica.

Essenzialmente tre furono i motivi che indussero Scalfaro allo scioglimento:

  1. L’entrata in vigore della nuova legge elettorale di fatto aveva destabilizzato il sistema: in sostanza, la indiscutibile indicazione popolare verso il sistema elettorale maggioritario, sull’onda della quale viene approvato il “mattarellum”, faceva ai più ritenere che un Parlamento eletto proporzionalmente fosse se non delegittimato, certamente non più sintonizzato con l’elettorato.
  2. Il secondo, discendeva invece dall’esito delle elezioni amministrative del 1994, da cui traspariva una maggioranza popolare fortemente diversa da quella parlamentare. Il corpo elettorale aveva perso la fiducia nei partiti al governo, cosa che non poteva essere ignorata dal Capo dello Stato.
  3. Infine, un ruolo non certo marginale fu giocato dall’inchiesta giudiziaria più seguita in quegli anni: “Mani pulite, proseguendo il suo corso, aveva praticamente azzerato l’intera classe politica, travolgendo quei partiti che avevano fatto la storia della Repubblica.

Proprio in quel deficit di rappresentatività è possibile rintracciare il motivo scatenante di una decisione così netta, assunta in solitudine dal Presidente, che in maniera altrettanto netta divenne portavoce della richiesta di rinnovamento proveniente dalla base popolare.

  • Gli scioglimenti del 2001 e del 2006 aprono invece una nuova fase, in cui il potere in esame diviene una sorta di prerogativa governativa, nei confronti della quale il Presidente ha lasciato trasparire la tendenza a non volersi impegnare più di tanto per ricomporre la crisi, limitandosi alla ratifica di decisioni prese in altre sedi e in particolare a Palazzo Chigi.

crisi-parlamento.jpg

Se la crisi del Governo diventa crisi del Parlamento

La nomina del nuovo esecutivo chiude ufficialmente la crisi.

In genere la scelta cade su una squadra di governo inedita o che almeno presenta qualche elemento di novità rispetto alla precedente sia per quanto riguarda le persone che ne fanno parte sia per il programma presentato alle Camere.

L’ipotesi, teoricamente possibile, che membri siano i medesimi e che uguale sia il progetto politico non cancella in nessun modo il carattere di novità del Governo, perchè nuovi sono i decreti di nomina.

Se il Presidente decreta invece lo scioglimento del Parlamento, alla crisi del Governo si aggiungerà quella dell’organo legislativo.

Le elezioni anticipate costituiscono il meccanismo politico per superarle entrambe: una in modo diretto, attraverso la elezione di un nuovo Parlamento; indirettamente quella del Governo, se nelle nuove Camere potrà essere costituita una maggioranza disposta a sostenere il Presidente del Consiglio e i suoi Ministri.

Qualora, contrariamente alle speranze ed alle attese, il nuovo Parlamento non
fosse in grado di assicurare la necessaria fiducia al Governo, la Costituzione non prevede ulteriori strumenti risolutivi, per cui quella che nasce come semplice crisi di governo, potrebbe assumere le sembianze di uno scompenso dell’intero sistema con conseguente rischio per la sua continuità.

Possiamo quindi riassumere gli scenari che potrebbero delinearsi a seguito delle dimissioni del Presidente del Consiglio :

  • vi sono crisi di governo che vengono risolte in maniera quasi automatica e senza ribaltamenti dell’assetto politico preesistente, con la nomina di un nuovo Governo ma con la prosecuzione della vecchia Legislatura disposta a votargli la fiducia.
  • In altre evenienze non è possibile costruire una maggioranza parlamentare in grado di sostenere un Governo, ma la soluzione delle elezioni anticipate riesce a risparmiare ulteriori traumi perchè il Parlamento neoeletto si dimostra in grado di fiduciare un Governo.
  • potrebbero infine verificarsi crisi che non vengono risolte dallo scioglimento anticipato del Parlamento perché i rapporti di forza all’interno delle nuove Camere sono tali da non permettere la nascita di nessun Esecutivo.

quando le elezioni non bastano

Quando le elezioni non bastano

Quale atteggiamento potrà tenere il Presidente della Repubblica nell’ultima delle suddette ipotesi?

La situazione che ne deriva risulta assai complicata perchè qualunque rimedio dovrà necessariamente mantenersi all’interno dei confini tracciati dal secondo comma dell’articolo 92 della Costituzione

Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei Ministri e, su proposta di questo, i Ministri.

Nonostante l’elasticità voluta dai Padri costituenti, considerato che qualunque discrezionalità presidenziale dovrà comunque obbligatoriamente sfociare in un Governo che possa contare sulla fiducia delle Camere, le soluzioni perseguibili sono pochissime e per di più caratterizzate da una mediocrità tale che anche se riuscissero ad evitare il tracollo del sistema, lo condannerebbero ad un assai poco dignitoso galleggiamento.

A questa categoria di espedienti appartengono:

  • Il governo di unità nazionale

    composto da tutti i principali partiti, che naturalmente otterrà la fiducia in quanto le tradizionali categorie di maggioranza e opposizione vengono sospese. Visto che questo strumento di fatto azzera l’indispensabile confronto dialettico tra gli schieramenti, la sua adozione appare giustificata solo in casi straordinari in cui debbano essere perseguiti obbiettivi di sopravvivenza istituzionale.

    • Il Governo di Liberazione nazionale che restò in carica dal 1943 al 1947 costituisce la prima applicazione di questa formula. La Democrazia cristiana, il Partito liberale, il Partito d’azione, il Partito socialista e il Partito comunista, per quanto accomunati dallo spirito antifascista avevano una matrice politica in alcuni casi diversissima, ma non per questo rinunciarono a collaborare per risollevare il paese dopo la tragedia della guerra mondiale divenuta poi guerra civile. Questa esperienza di governo fu sicuramente positiva: la Costituzione venne riscritta nel modo in cui oggi la conosciamo, i partiti trovarono un ampio accordo e il ruolo del Presidente della repubblica Luigi de Nicola fu assolutamente minimale. L’incalzare della Guerra fredda ruppe la collaborazione delle forze antifasciste e inaugurò la stagione dei governi a guida centrista.
    • Il triennio che va dal 1976 al 1979 vide l’acuirsi della crisi economica, il conseguente aggravamento della situazione sociale e un sensibile cambiamento del quadro politico. Il terrorismo rosso, le stragi neofasciste, l’inflazione stabilmente oltre il dieci per cento e il grande risultato elettorale del Partito comunista, furono le cause della nascita di governi contraddistinti da definizioni quali “solidarietà nazionale“, “non sfiducia” “larghe intese“. Fu la stagione del compromesso storico di Enrico Berlinguer e delle “convergenze parallele” di Aldo Moro. Di fatto si trattava di governi a guida democristiana a cui il Pci, per la prima volta dal 1948, partecipava sia pure esternamente: non erano presenti nel governo ministri comunisti ma il partito si astenenne dal voto di fiducia, ottenendo in cambio la presidenza delle Camere e di commissioni parlamentari strategiche. Anche in queste occasioni l’allora Presidente della Repubblica Giovanni Leone confermò il ruolo di spettatore, ratificando di fatto le decisioni adottate dai partiti. Per un quadro più completo si veda qui.
  • Il governo tecnico.

    E’ composto da ministri non direttamente riconducibili ai partiti presenti in Parlamento. Si usa contrapporre questa definizione a quella di governo politico, ma il paragone è quanto meno improprio: ogni governo, in qualunque modo sia composto, deve necessariamente superare lo scoglio del voto di fiducia delle Camere e tanto basta ad attribuirgli la patente di governo politico.

    Comunque li si voglia definire, l’Italia ha conosciuto almeno tre governi caratterizzati da questo profilo e che sono tutti entrati in carica in momenti che definire complicati sarebbe un cortese eufemismo.

    • I primi due, il governo Amato (1991-1992) e il governo Ciampi (1993-1994) furono nominati per fronteggiare il pericolo di una drammatica svalutazione della lira e traghettare il Paese fuori dalle sabbie mobili di Tangentopoli. In entrambi i casi Premier e Ministri furono tutti scelti dal Presidente Oscar Luigi Scalfaro.
    • Il terzo governo tecnico ha una storia ben più nota e recente: si tratta del governo Monti (2012-2013) che, dopo la caduta del IV governo Berlusconi (2011) e la crisi valutaria e finanziaria che stava affrontando l’Italia, venne nominato dall’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. che poi costrinse i leader riluttanti dei due schieramenti contrapposti (Berlusconi e Bersani) ad appoggiarlo in nome dei “supremi interessi del Paese”.
  • Il governo ‘di scopo’ o governo ‘a termine’

Si intende un esecutivo di natura politica che dovrebbe essere guidato da una personalità super partes e che nasce sull’accordo tra il partito che detiene la maggioranza relativa dei seggi parlamentarie un gruppo dell’opposizione.

Scopo di questo governo è appunto quello di realizzare riforme ritenute indispensabili (come ad esempio la legge elettorale) prima di terminarsi volontariamente per permettere al Presidente della Repubblica di indire le elezioni anticipate.

Anche queste definizioni appaiono istituzionalmente assai poco corrette. Secondo la Costituzione, un Governo non ha e non può avere un termine: va avanti fin quando dispone di una maggioranza che in Parlamento gli vota la fiducia.

conclusione.jpg

Conclusione

Premesso che nessuna delle strade percorribili dopo la crisi di governo – nuovo Esecutivo o elezioni anticipate – possono a priori essere considerate preferibili una rispetto all’altra, è altrettanto vero che un utilizzo disinvolto del potere di scioglimento potrebbe incoraggiare i partiti ad assumere atteggiamenti estremisti e populisti, (terreno che diventa molto fertile quando le Istituzioni non si dimostrano in grado di assicurare ai cittadini stabilità e certezze), piuttosto che indirizzarli verso un più costruttivo dialogo.

Per questo motivo ritengo che il Capo dello Stato, a meno che nel corso della Legislatura non si sia verificata una evoluzione radicale delle alleanze tra i partiti, debba impegnarsi con ostinazione nella ricerca di una maggioranza disposta a votare la fiducia al governo: così agendo rispetterebbe la funzione rappresentativa del Parlamento e prima ancora il principio della sovranità popolare che si materializza proprio in quelle Camere che alcuni spingono per sciogliere.

Nel contempo si rende indispensabile un salto di qualità nella valutazione che i partiti politici, e per loro tramite gli elettori, dovranno attribuire all’esercizio del potere di scioglimento da parte del Capo dello Stato: la sua decisione di farvi ricorso non dovrà essere percepita e soprattutto sbandierata come assunta in favore di una parte politica e contro un’altra.

Per arrivare a questo risultato non serve lanciarsi in improbabili tentativi di riscrittura delle regole della Costituzione.

Sarebbe invece opportuno raggiungere un accordo, il più possibile trasversale tra le forze politiche, sui presupposti del potere di scioglimento, che agirebbe sul sistema politico con la forza, allo stesso modo innovativa, della “Costituzione materiale”.

6 pensieri su “Lo scioglimento delle camere

  1. Istintivamente ho sempre avversato la riscrittura della Costituzione,forse per scarsa stima e fiducia verso chi la proponeva.Leggere questo articolo,mi ha dato preziose informazioni su cui ratificare il mio impulso istintivo.Concordo quindi con le sagge parole finali che auspicano un accordo trasversale tra i partiti sui presupposti del potere di scioglimento,utilizzando la forza innovativa della Costituzione materiale.
    P.S.:Ho imparato propro grazie ai tuoi articoli cosa siano la Costituzione formale e quella materiale!!

    "Mi piace"

    1. Galdina il tuo appunto è come sempre pertinente. Riscrivere la Costituzione è impresa improponibile per quello che hai detto tu è anche perché il contenuto di ciascun articolo non è fine a se stesso ma intersecato con quasi tutti gli altri. Bisognerebbe quindi al limite riscriverla tutta!. In quel caso sarebbe doveroso che chi facesse parte di quella eventuale legislatura costituente dovrebbe assicurare di non candidarsi alle successive elezioni. In questo senso ho molto apprezzato quando Cottarelli, appena incaricato alla guida del governo neutrale, ha detto che lui si sarebbe così comportato.

      Piace a 1 persona

  2. Tutti gli scioglimenti anticipati bicamerali, a partire dal 1972, costituiscono una risposta ultima alla crisi parlamentare non altrimenti rimediabile e quindi, come tu dimostri con ampie considerazioni, essi hanno un carattere assolutamente eccezionale. Il Presidente della Repubblica nell’adottare la decisione di sciogliere anticipatamente le camere ha bisogno della controfirma ministeriale, che ha valore di sostanziale assenso dell’esecutivo, ma al Presidente spetta comunque l’ultima parola, come provano i casi in cui il Capo dello Stato ha rifiutato lo scioglimento richiestogli ufficiosamente. Ha un grande significato la scelta che presero i padri Costituenti di lasciare largamente indeterminate le ragioni e le circostanze che avrebbero potuto giustificare la dissoluzione anticipata. Anche da questa determinante incombenza si può certamente dedurre che la configurazione del ruolo presidenziale non sia “pallida”, ma anzi dotata di potestà proprie meno condizionate da specificazioni normative. Più precisamente si può osservare che all’interno di una forma di governo parlamentare i Costituenti attribuirono due poteri di grande rilievo politico e molto importanti per il funzionamento del sistema istituzionale:
    a) al nomina del Presidente del Consiglio dei ministri e
    b) lo scioglimento anticipato delle camere.

    Piace a 1 persona

    1. Grazie Paola. Il tuo commento, come sempre lucidissimo, mi permette di ribadire quanto la figura del capo dello Stato sia una figura di alta ingegneria giuridica. Abituati, come stiamo purtroppo diventando, ad associare l’autorità alla persona del cosiddetto “uomo forte”, il Presidente della Repubblica dimostra invece come si possa essere decisivo senza disporre del potere di governare. E soprattutto come questa potestà possa essere messa a disposizione della democrazia con la funzione di contrappeso anche alle maggioranze parlamentari.

      "Mi piace"

  3. Anche quest’ultimo articolo, riesce ad accompagnare il lettore nel delicato percorso ermeneutico del dettato costituzionale. Davvero la nostra Costituzione è un complesso edificio ad opera di sapienti architetti, che ammalia l’occhio profano, ma ancor di più incanta quando poco a poco se ne intravvedono, grazie a mentori esperti, alcune parti con più attenzione e consapevolezza. Certo ogni riga va meditata perché nel fluido scorrere delle parole si celano concetti complessi, cui sottostanno valori che lo sono ancor di più. Oltre alla spiegazione sapiente degli articoli relativi allo scioglimento delle camere, e alle prospettive di lettura presentate, mi è sembrato molto utile il ripercorrere la storia della fine delle legislature dagli anni Cinquanta in poi. Storia che riporta a momenti epocali del nostro paese e alle diverse qestioni all’origine delle crisi di governo che ora sembrano più nitidi perché motivati del loro accadere.Confrontando la puntuale spiegazione con il vociare vuoto, infondato dei più sento sempre più vero il pensiero di Habermas che sostiene il non compimento dell’Illuminismo. Gli ideali degli enciclopedisti che propugnavano una diffusione delle conoscenze per superare oscurantismo, dispotismo e per permettere l’affermazione i quello che sarà il trittico della rivoluzione Francese, sono ancora lontani dall’essere trama su cui si tesse l’ordito delle nostre esistenze individuali, sociali, politiche. Se l’Illuminismo è l’uscita degli uomini dallo stato di minorità di cui sono responsabili perché incapaci di servirsi della propria intelligenza allora, si fa ancora più forte la necessità di avvicinare i giovani ad una più approfondita conoscenza della legge fondamentale dello stato per poterne comprendere con consapevolezza i delicati equilibri, condizione questa di un possibile futuro cambiamento

    Piace a 1 persona

    1. Cara Agnes…che dire. Il tuo contributo è illuminante tanto quanto sembrano oscuri i tempi che ci attendono. Quando affermi che solo la diffusione dei saperi può salvarci dall’oscurantismo dici molto di più di quella che ad un osservatore poco attento potrebbe apparire come non più di una bella espressione retorica. Penso in questo momento all’insegnamento di Platone: la democrazia abbisogna di un popolo cosciente e di governanti capaci; se il popolo non è preparato, i buoni governanti possono ancora salvare la nave della democrazia, ma se i sono inadeguati il rischio è la perdita del suffragio universale e il ritorno parallelo di nuovi totalitarismi. L’esempio calzante è la Russia di Putin. Abbiamo quindi più che mai bisogno di cultura per elevare se non il popolo ( cosa complicata direi) almeno la classe dirigente.

      "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...