Fondata sul lavoro e Democratica

Ognuno di noi porta con se il ricordo di frasi o di testi che restano scolpiti nella memoria e che ci riconducono a esperienze che hanno, come si suol dire, lasciato il segno. Penso all’inizio delle preghiere imparate al catechismo o a quello delle formazioni delle squadre di calcio che seguivamo da ragazzi.

Ave Maria piena di grazie…” aveva dunque lo stesso impatto di Albertosi Bugnich Facchetti…, tant’è che entrambe si recitavano con gli stessi ritmi con cui la metrica latina scandisce le odi di Ovidio.

Del resto ogni incipit è inizio di un cammino, è partenza per una destinazione, è origine di un’avventura, è protendersi verso il futuro. Sanno bene gli scrittori quanto sia fondamentale scegliere le parole e il tono giusto per introdurre una storia, perchè bastano poche righe per delineare l’ambientazione del romanzo: “Quel ramo del lago di Como…” (A.Manzoni – I Promessi Sposi), la personalità dei protagonisti: “Rossella O’Hara non era bella, ma gli uomini che ne subivano il fascino, come i gemelli Tarleton, di rado se ne rendevano conto” (M.Mitchell – Via col vento), e a volte anche il tenore stesso dell’opera: “È una verità universalmente riconosciuta, che uno scapolo in possesso di un’ampia fortuna debba avere bisogno di una moglie” (J.Austen – Orgoglio e pregiudizio).

La Repubblica del lavoro

L’incipit della Costituzione repubblicana non fa eccezione. “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro…”, osservato dalla corretta angolazione, dà il senso della lungimiranza delle vedute dei Padri costituenti e dello spessore dei principi che ne illuminarono l’operato. Tutti sono in grado di citarlo almeno nella sua prima parte, magari con la malcelata soddisfazione di chi ritiene di fare così sfoggio, se non di cultura giuridica, almeno di discreta educazione civica.

Ma è proprio a questo punto che i nodi vengono al pettine, quando cioè bisogna addentrarsi nel lavoro di interpretazione della norma, perchè non va dimenticato che il dettato costituzionale indica la direzione che dovrà poi essere seguita dal Legislatore ordinario. In altri termini è necessario cogliere il senso dell’articolo, la sua ratio, per capire quali leggi dobbiamo o non possiamo aspettarci dal Parlamento.

Quante volte abbiamo ascoltato voci di disoccupati o di genitori di giovani in cerca di occupazione invocare questo principio come se esso fosse la fonte normativa che obbliga lo Stato a risolvere il loro personale problema?

In realtà l’espressione “fondata sul lavoroha ben altro significato.

Come le prime pagine di un libro non dovrebbero passare in rassegna l’elenco dei personaggi, le tematiche o i concetti che verranno proposti nella narrazione, così anche l’articolo 1 della Costituzione, svolge la funzione di una scintilla, di una promessa o di una ipotesi che le norme successive contribuiranno a sviluppare. Non si tratta quindi di una banale regolamentazione che garantisce a tutti un lavoro (e il relativo reddito) ma, come tutti gli incipit che si rispettino, essa vuole indicare il percorso che conduce ad una dimensione altra, impostata su criteri innovativi e comunque diversi da quelli che si sono nel tempo consolidati.

Il suo obbiettivo è allora quello di tracciare le linee fondamentali che dovranno essere seguite per progettare la società del futuro.

Lo scopo della trattazione che mi accingo a svolgere è dunque quello di dare significato al lavoro in quanto fondamento del sistema teorizzato dai Padri costituenti, così come lo è stato, sia pure con presupposti molto diversi, per le società del passato e quindi in definitiva, di contribuire a dare risalto alla reale portata di “Fondata sul lavoro”.

cittadino e soldato

Il cittadino soldato di Grecia

Già in epoca classica il lavoro e l’organizzazione politico sociale agivano in simbiosi.

Il lavoro di cui la Polis aveva maggiormente bisogno era quello svolto dal combattente, impegnato, a seconda delle circostanze, a difendere i confini della patria oppure ad allargarli.

Lo status di cittadino era per questo riservato agli uomini in grado di impugnare le armi: la capacità di esercitare la guerra attribuiva di conseguenza al maschio libero il diritto a partecipare alle assemblee decisionali. Considerato poi che le spese per provvedere agli armamenti dovevano essere sostenute personalmente, ecco che l’equazione cittadino soldato si arricchiva di un altro termine, quello di possidente.

Nelle città stato greche il godimento dei diritti politici era dunque ad appannaggio degli uomini liberi, atti alle armi e soprattutto, ricchi.

Quando Atene divenne un impero marittimo la flotta ovviamente assunse un ruolo predominante anche dal punto di vista militare. Da qui la necessità di un nuovo tipo di manovalanza bellica alla quale era richiesta non l’attitudine al combattimento nè tanto meno la disponibilità economica per armarsi, ma solo l’ingente entità numerica indispensabile per muovere le triremi e rendere quindi possibile la guerra navale.

Siamo di fronte ad uno snodo fondamentale: le esigenze militari determinano l’allargamento dei diritti politici ai non possidenti i quali assurgono anch’essi alla dignità di cittadini.

La tanto ammirata democrazia ateniese, la forma di governo ancora oggi modello della rappresentanza diretta del popolo che abbiamo tutti studiato sui libri di scuola, non nasce dunque da una visione etica di giustizia e di uguaglianza ma da una molto meno suggestiva identificazione tra Stato e lavoro di soldato.

padroni di se stessi

I liberi e i servi

A parte la breve parentesi della Rivoluzione Francese si può affermare che, sia pure attraverso diversi gradi di applicazione, fino all’inizio del secondo dopoguerra l’assetto sociale europeo resta diviso tra chi è “padrone di se stesso” e chi invece non lo è.

Da una parte abbiamo la condizione servile dei lavoratori; dall’altra troviamo gli uomini liberi, i padroni di se stessi che vivono di rendita e la cui libertà dipende dalla subordinazione altrui. L’estensione universale della piena cittadinanza avrebbe determinato, nella concezione dell’epoca, una insostenibile prevaricazione della forza numerica e istintiva dei più sulla razionalità dei pochi. In tal senso scriveva John Stuart Mill

Le istituzioni rappresentative sono di poco valore, e possono essere un semplice strumento di intrighi o di tirannide, quando la generalità degli elettori non è sufficientemente interessata al proprio governo […] e non concede il suo suffragio nell’interesse pubblico, ma lo vende per denaro, o vota agli ordini di qualcuno che la controlla, o che desidera propiziarsi per motivi privati. L’elezione popolare, così praticata, invece di essere una garanzia contro il malgoverno, è solo una ruota addizionale del suo ingranaggio

Alla Rivoluzione di Francia, che aveva avuto la presunzione e l’ardire di sovvertire politicamente questo ordine naturale seguì, asprissima, la Restaurazione con annesso ripristino del diritto di voto riservato agli uomini titolari di consistenti proprietà.

società fondata sulla proprietà

La società fondata sulla proprietà

Ancora nel XIX secolo, la disuguaglianza sociale e politica faceva affidamento sul godimento di rendite fondiarie o sugli interessi garantiti dai Titoli di Stato. Ereditare un patrimonio o al limite concludere un buon matrimonio, era spesso determinante per far parte della ristretta cerchia di coloro che non lavoravano e vivevano bene.

Nella “Commedia umana” di Honorè Balzac, Vautrin, ex galeotto, impartisce al giovane studente Rastignac una lezione di concretezza: nessuna professione gli avrebbe permesso di intascare quanto potuto se invece avesse sposato una ricca ereditiera.

Nello stesso senso scriveva Jane Austen :

“Le Donne nubili hanno una terribile propensione a essere povere – il che è un argomento molto forte in favore del Matrimonio”
(L153, 13 marzo 1817, a Fanny Knight)

Se le Costituzioni dell’epoca fossero state formulate sulla falsariga del nostro articolo 1, avrebbero quindi probabilmente riportato qualcosa di molto vicino ad un “fondata sulla proprietà”.

Ma rimanendo nel solco fin qui tracciato di una identità tra società e lavoro, non sarebbe errato affermare che anche lo Stato ottocentesco era fondato sul lavoro: magari non sul proprio ma di certo su quello degli altri.

Sia nella Polis ateniese che nella società patrimoniale di Austen e Balzac il lavoro è propedeutico all‘esercizio dei diritti politici, quello di voto in particolare. Così era per il cittadino guerriero ateniese, così abbiamo visto essere per il gentiluomo di campagna.

Questo spiega perché, durante i moti di luglio del 1848, quelli che per intenderci diedero origine alla Seconda Repubblica francese, le masse parigine ritornarono in piazza inneggiando al suffragio universale e ai diritti del lavoro unendoli in un unico programma rivoluzionario.

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Lavoro e modernità

La formulazione dell’articolo 1, La Repubblica si fonda sul lavoro, intende in definitiva esprimere lo stesso concetto: il nuovo Stato, repubblicano e democratico, avrebbe assicurato alle masse popolari la più ampia rappresentanza politica e permesso loro di contribuire in prima persona e in condizioni di uguaglianza allo sviluppo della comunità, impedendo così l’avvento della dittatura della borghesia e della proprietà.

La società immaginata dai Padri costituenti doveva togliere valore alla provenienza familiare, all’origine del sangue e ai patrimoni ereditati che si mantengono da soli. Non avrebbe obbligato il figlio del contadino a restare sulla terra lavorata dal padre e non avrebbe tollerato che gli incarichi di responsabilità fossero riservati alla nobiltà.

Il lavoro è invece il suo punto di riferimento. Non tanto e non solo inteso come elemento generatore di reddito per le famiglie, ma soprattutto come strumento che rende possibile la trasformazione della realtà circostante per adattarla alle necessità umane: il lavoro che migliora il mondo e che non a caso è riconosciuto universalmente quale elemento distintivo della modernità.

fondata sul lavoro o sui lavoratori?

Sul lavoro o sui lavoratori?

Il riferimento al lavoro come fondamento della Repubblica democratica ha suscitato problemi interpretativi anche dopo l’entrata in vigore della Costituzione; e ciò nonostante l’Assemblea costituente avesse respinto per ben tre volte l’emendamento all’art. 1 Cost., secondo il quale «L’Italia è una repubblica democratica dei lavoratori» (G. Amendola, P. Togliatti),

La maggioranza dei Costituenti non volle correre il rischio che l’espressione “Repubblica dei Lavoratori” potesse essere interpretata come un riferimento alla lotta di classe e ad una preferenza per un sistema economico di matrice collettivista. Si temeva cioè che quella sola parola potesse alimentare il sospetto che il percorso politico che l’Italia si accingeva a percorrere inclinasse verso il blocco socialista piuttosto che verso le democrazie occidentali.

L’On. Amintore Fanfani chiarì quale fosse, a suo giudizio, la corretta interpretazione da attribuire alla locuzione ”fondata sul lavoro”: da un lato egli escludeva che la Repubblica potesse

«fondarsi sul privilegio, sulla nobiltà ereditaria, sulla fatica altrui»,

dall’altro ribadiva che essa :

«si fonda sul dovere, che è anche diritto ad un tempo per ogni uomo, di trovare nel suo sforzo libero la sua capacità di essere e di contribuire al bene della comunità nazionale (…), sicché la massima espansione di questa massima comunità popolare potrà essere raggiunta solo quando ogni uomo avrà realizzato, nella pienezza del suo essere il massimo contributo alla prosperità comune».

prima il lavoro

Prima il lavoro

Si è più volte detto in precedenza di come la democrazia ateniese avesse avuto origine dal lavoro, in particolare da quello dei cittadini guerrieri. Intendo ora chiudere il cerchio provando a dimostrare come qualcosa di analogo si è verificato, a distanza di 2500 anni, durante i lavori preparatori della nostra Costituzione repubblicana, che non a caso hanno partorito il principio che la Repubblica fondata sul lavoro deve essere anche “democratica”.

Troppo recente e minaccioso era infatti il ricordo della fine della Repubblica di Weimar perché non si ritenesse opportuno considerare il lavoro anche come precondizione della democrazia.

Quell’esempio stava a dimostrare che, ancor più dell’inflazione succeduta alle pesanti condizioni imposte a Versailles dalle potenze vittoriose nella Grande Guerra, era stata l’ondata di disoccupazione di milioni di persone ad alimentare la rivolta contro la democrazia.

Il disagio sociale e la disperazione del lavoro, quando diventano psicosi collettiva, costituiscono una comoda autostrada per il successo delle istanze demagogiche e, come puntualmente si è verificato, per l’affermazione dei totalitarismi.

Il significato profondo del collegamento, stabilito nell’articolo 1 tra democrazia e lavoro, sta proprio nel fatto che la questione democratica è anche e soprattutto questione del lavoro.

Qualunque presa di posizione a favore delle istituzioni democratiche rischia di diventare una lettera morta in mancanza delle condizioni minime necessarie per affrontare i problemi quotidiani.

La democrazia non è solo questione di regole formali, ma anche di condizioni materiali dell’esistenza. Le risposte democratiche sono in definitiva quelle che contribuiscono al benessere della collettività ed il lavoro è certamente la prima fra esse.

3 pensieri su “Fondata sul lavoro e Democratica

  1. È qualità non comune ed affascinante quella di argomentare ed allo stesso tempo raccontare fenomeni che, attraversando la storia, ne attraversano la letteratura: grazie! Le tue analisi si leggono con il piacere con cui si legge un romanzo, pur non derogando a lucidità e incisività.
    Faccio mio e arricchisco di esempi il principio del lavoro come presupposto di democrazia e come prospettiva politica delle democrazie

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    1. Grazie Maria Cristina. Il tema della democrazia é affascinante anche per la sua complessità. Già la sua stretta traduzione letterale può condurre a opposte conclusioni: governo del popolo significa governo esercitato dal popolo o governo sul popolo? La risposta a pensarci bene non è così scontata! Ecco perché sono contento che si sia intuito che democrazia , per non essere termine vacuo , deve invece riguardare tutto quello che concerne il nostro essere felici abitatori di questo mondo e il lavoro è certamente una di queste precondizioni

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